Concorso A.N.P.I.  Chiavari
25 Aprile 2007

Si è svolta il 25 aprile 2007 a Chiavari, nell'ambito delle celebrazioni per l'anniversario della Liberazione, la consegna dei premi per il concorso bandito dall'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia di Chiavari.

Le alunne Alessia Fornasari e Angela Rolleri della 5C LTG hanno ottenuto ex-aequo il secondo premio. Una segnalazione ha avuto anche il lavoro di Claudio Monteverde della 5C LT.

Queste la traccia scelta ed i lavori delle due alunne.

"L’Europa “concentrazionaria” dell’Olocausto e della soluzione finale – Dachau, Auschwitz, Buchenwald, Mauthausen, … – rappresenta la negazione della dignità umana."

Si rifletta sui principi ispiratori dell’Europa unita, come antidoto alla barbarie.

Alessia Fornasari

Una foresta di sospiri, una foresta di lamenti,
anime in pena vagano tra gli alberi in cerca di pace,
fuggono all’arrivo del visitatore,
continuano a sussurrare ciò che è stato,
ciò che hanno subito oltre quella rigogliosa collina.
Passiamo attraverso case sorridenti, giardini gioiosi e alberi autunnali,
in contrasto con quello che troviamo alla fine del nostro viaggio:
un edificio grigio che colpisce gli occhi ma, soprattutto, il cuore.
Muri che trasudano storia,
legno che custodisce dolore ed emana sofferenza;
le porte che ci accolgono sono come le braccia della Morte:
fredde ed imponenti
da cui la fuga è impossibile.
Hanno visto tante, troppe teste chinate,
così come le spalle, dal peso della condanna,
e tanti occhi speranzosi o pieni di rassegnazione.
Trasciniamo pesantemente i piedi lungo il nostro percorso:
 il serpente di persone si allunga
e si sofferma a riflettere sulle tante anime entrate senza possibilità di ritorno.
Procediamo verso una baracca ricostruita, vi troviamo i lavatoi di pietra e i letti.
Quanto scomoda doveva essere
quella cassa piccola di legno scuro e scialbo.
Quanto comoda doveva sembrare a voi,
anime destinate al macello,
dopo ore di fatiche e sofferenze;
a voi, che dividevate la stessa coperta,
come la stessa sorte di morte.
Camminiamo in silenzio reverenziale, nessuno ride per non intaccare la memoria,
qualcuno abbozza un sorriso nervoso e forzato per nascondere il disagio.
Tutto tace,
persino gli uccelli non emettono alcun suono gioioso,
rispettosi.
Come un fulmine esplode in tutta la sua forza, la camera a gas si para davanti a noi.
Piccola stanza, bianca e fredda,
che può contenere una dozzina di esseri umani;
ne sono morti sessanta alla volta;
cadevano come angeli senza ali,
inconsapevoli, ignari e spogliati di ogni dignità.
Così anonima, come tante altre,
eppure così mortale, quella camera,
assassina di emozioni e di vita.
Vediamo altre stanze: carceri, camera di sezionamento, cella frigorifera;
tutte con storie da raccontare, lineamenti del viso da descrivere;
e la morte che hanno visto passare incalzante, sempre presente.
Persino le fondamenta hanno una storia,
parlano delle atrocità commesse,
della distruzione di ogni speranza
e della dignità umana.
Usciamo da quelle porte che ci hanno accolto con freddezza
e sentiamo libere le nostre anime da un peso invisibile;
sussurriamo, timorosi di infrangere quella strana atmosfera di malinconia e tristezza,
peso dei crimini del passato.
Siamo usciti, illesi almeno fisicamente,
da quel posto di morte, di crudeltà,
di annientamento dell’uomo e dei suoi diritti.
Quanti non hanno visto la salvezza,
la luce del giorno dopo;
quanti ne sono usciti vivi, con numerose ferite sul corpo,
e quanti portano dentro dolori invisibili,
cicatrici incancellabili
perché inferte dal fuoco della violenza.
Lasciando dietro di noi il paesaggio di Mauthausen dall’aspetto sereno e tranquillo,
non possiamo fare a meno di pensare a quanta sofferenza abbia provocato
a migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini;
mentre la città era all’oscuro di tutto o, per meglio dire, fingeva di non sapere,
migliaia di vite venivano spente per mano della pazzia umana.
Non tutti vogliono ricordare una vita nascosta al mondo,
fatta di ingiustizie, soprusi,  solitudine e umiliazioni.
 

Una pagina oscura, un passato che ritorna, una storia che può ripetersi nonostante i cambiamenti delle istituzioni e le tecnologie sempre più avanzate, il richiamo di una testimonianza angosciata di fronte ad un interlocutore che se va in silenzio, indifferente.

Scrive Primo Levi in “I sommersi e i salvati”: <<E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: è questo il nocciolo della questione>>. Il male può presentarsi sotto forme ed aspetti diversi, come mezzo per aumentare il proprio prestigio e sottomettere chi non ha la forza di difendersi, ma può anche essere combattuto attraverso la conoscenza e l’interpretazione.

La memoria dell’Olocausto è diventata un tema centrale della cultura di molti paesi: nessun avvenimento ha suscitato così tanto scalpore, mai così tante trasmissioni televisive, film sono stati dedicati al genocidio scientificamente programmato da Hitler, ai campi di concentramento e di lavori forzati; mai così tante persone e popoli hanno voluto rievocare in accordo tra loro una tragedia così grande, con lo scopo di non cadere più nelle insidie di un mondo fatto di divisione e morte e di operare per l’unione, la fratellanza e la costruzione di una società basata non sulla distruzione dell’uomo ma sul rispetto della sua dignità ed integrità.

Dall’offesa alla persona all’affermazione del valore dell’uguaglianza di tutte le persone come presupposto del divieto di qualsiasi forma di discriminazione e del rispetto di tutte le forme di diversità: è il significato fondamentale del percorso fatto dall’Unione europea dall’atto della sua fondazione all’elaborazione, nel 2000, della “Carta europea dei diritti”, uno dei documenti più significativi in questo contesto.

L’Articolo 21 del Titolo III recita: “E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche i di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali”.

Queste affermazioni non possono non coniugarsi con la cultura e lo studio della memoria dell’Olocausto, che può contribuire a farci diventare cittadini migliori e, quindi, ad evitare il ritorno del male nelle sue diverse manifestazioni.

Un percorso e un progetto che non hanno una conclusione, ma in cui si alternano passaggi significativi  ed altri complessi. Contano la volontà e la determinazione a portarli avanti giorno dopo giorno.      

 

 Angela Rolleri

 

Siamo entrati nel silenzio.
 
Il campo si riempie di ragazzi,
noi ci riempiamo di pensieri.
 
Perché?
 
Le parole della guida rispondono alle nostre domande,
non a tutte.
 
eins zwei drei...” un appello senza fine.
“Quanti siamo?” avranno detto “stessa fine poi faremo”
 
Come?
 
Nel campo la vita è nelle baracche,
al freddo e poco cibo.
Il lavoro un passatempo, nell’attesa di un risvolto;
un suicidio inaspettato, come forma di speranza,
un risvolto nell’attesa.
 
Forse i sogni fan sperare,
nella notte amara,
nei pensieri neri.
 
Dove?
 
Ed è lì che tutto ha fine,
in quella stanza che ora,
ora profuma d’aria.
 
Non udiamo quelle urla e le ultime preghiere.
Non vediamo i volti tristi, sciupati e spenti.
Non proviamo quel dolore o nel cuore o nelle vene.
Non abbiamo armi o potere per far giustizia di quei delitti.
Non sentiamo quell’odore di carne bruciata.
 
È in un loculo infuocato che cancellano la prova.
 
Cenere:
di un bambino cenere,
di un omosessuale cenere,
di un ebreo cenere,
l’handicappato cenere.
 
E in paese tutto tace: 
lo si sa, non lo si dice!
 
Quando?
 
In quei momenti
quante lacrime nel mondo,
quante famiglie dimezzate,
quante frasi che si perdono
in un vento doloroso.
 
E poi…
 
Portiamo a casa foto, ricordi, immagini;
non sanno nemmeno loro rispondere al mistero.
 
No, non puoi cambiar qualcosa.
No, non ci puoi credere.
No, non è possibile.
No, non resti indifferente.
 
“Dio mio perché mi hai abbandonato.”
 
E noi cosa avremmo fatto?
 
Siamo usciti nel silenzio.

Così a Mauthausen come a Dachau, Buchenwald, Auschwitz: stesso progetto criminale, stesso progetto di distruzione della dignità e della vita.

La nostra visita a uno dei luoghi dell’Olocausto, l’incontro con i superstiti, i libri, i film, le rappresentazioni dei media suscitano e tengono accesa la memoria.

La memoria è necessaria; l’incubo ricorrente di Primo Levi  e di altri sopravvissuti, che si vedono mentre stanno raccontando e il loro interlocutore si volta e se ne va in silenzio, lo testimonia.

E’ necessaria, ma non basta per evitare gli errori del passato: perché il male può ripetersi anche in contesti che non  rispondono alle caratteristiche dei totalitarismi del Novecento e una convergenza di fattori può disintegrare i valori della democrazia.

L’Olocausto ha dimostrato come una nazione ha potuto mettere competenze tecnologiche e infrastrutture burocratiche al servizio di politiche di distruzione, che sono arrivate fino al genocidio. Oggi interrogarsi sul significato che questi orrori hanno per noi è fondamentale, così come è fondamentale per una società democratica dotarsi di strumenti idonei ad impedire il ripetersi di questi orrori.

L’Europa unita, nata in primo luogo dalle tragedie del Novecento come entità soprannazionale di cui tutti si sentano parte integrante sulla base di ideali condivisi e valori comuni, si configura come strumento irrinunciabile per la costruzione di una società basata sull’affermazione e il rispetto dei diritti umani  ma anche capace di imparare a identificare i segnali di pericolo e il momento in cui  ad essi opporre una reazione.

Tante le tappe di questo percorso.

Una per tutte: la “Carta europea dei diritti” del 2000 che, vietando qualsiasi forma di discriminazione fondata su razza, sesso, origine etnica o sociale, religione, opinione, sancisce l’importanza capitale dei diritti umani sulla base della considerazione che “la tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio fondatore dell’Unione europea ed il presupposto indispensabile della sua legittimità”. 

Codificare un principio è importante, ma non basta. Bisogna che esso entri nella cultura di ciascuno di noi, che diventi parte integrante della nostra vita; e a questo può contribuire soprattutto la conoscenza dell’altro, l’abbattimento delle tante barriere invisibili, l’arte nelle sue molteplici manifestazioni, tutti aspetti di cui l’Europa dei popoli dovrebbe farsi promotrice in modo sempre più incisivo.      

Solidarietà, apertura, disponibilità al confronto potrebbero unificare veramente gli Europei.

E poiché i grandi cambiamenti nascono prima di tutto nelle nostre menti, si potrebbe cominciare a concepire il passaggio dall’Europa unita ad un Mondo unito, umanamente parlando in quanto le diversità economiche porteranno sempre a delle distinzioni tra le nazioni e i popoli, nel rispetto delle culture e delle religioni, che fanno parte della vita di ogni uomo in modo differente da individuo ad individuo.



Aggiornato il: 29/04/2007 alle ore 20.52.57

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