Giorno della Memoria 2009

Racconto di Gaia Gasparini

Genova, dicembre 1943    

“Bambini, fate silenzio, per favore! E’ il momento della preghiera”.

Io e mia sorella ci scambiamo uno sguardo d’intesa: c’è tutto il tempo che vogliamo per giocare, dopo cena. Giungiamo le mani e chiniamo la testa ascoltando le parole familiari scandite dalla profonda e calda voce di papà. E’ bello questo momento, e sempre lo sarà, per me, quel momento in cui tutto intorno a me sembra svanire, dissolto da quelle parole che mi appartengono, che appartengono solo a noi: a me, a Judith, alla mamma, al papà… perché solo noi le capiamo.  

Respiro profondamente, come per assorbire quei suoni dentro di me e resisto alla sempre forte tentazione di sbirciare le loro espressioni assorte e la mia sorellina che tende il labbro in fuori tutta concentrata e seria… La mamma mi aveva ammonito sul momento e io non disubbidisco mai.  

Un forte rumore mi raggiunge dalle scale.
Il mio cuore fa un balzo. Vetri infranti.
Intreccio più forte le dita tra loro.
Passi pesanti che pestano sulle scale.
Spalanco un occhio terrorizzato.
Un urlo.
Papà interrompe la preghiera.
La porta di casa si apre sbattendo violentemente contro il muro.    

Sento una mano che mi spinge con forza sotto al tavolo, sbatto la testa, ma non sento dolore, solo un brivido ghiacciato che mi percorre la schiena, sento qualcosa di caldo accanto a me: Judith. Si aggrappa a me, gli occhi enormi. Mi ritornano in mente le parole di mamma, quando mi diceva di dover sempre badare a mia sorella. La abbraccio goffa, stringendola a me. Vorrei chiudere gli occhi, tapparmi le orecchie, ma non ci riesco, continuo a vedere alti stivali neri, la cena per terra, i piatti rotti. Sento un tonfo sordo dietro me e un grido di mamma, spezzato dal pianto, vedo le sue pantofole che escono dalla porta, ma non ho il tempo di dire alla mamma di non lasciarci soli che mani mi afferrano violente, non sento più il corpicino caldo e tremante di mia sorella accanto a me. Mi gira la testa, sento il mio corpo sbattere, ma non sento dolore. Vedo allontanarsi la finestra dietro il tavolo: sto andando verso la porta… piatti rotti… bicchieri frantumati… la cena per terra… i mobili distrutti… sento di nuovo la voce fiorire nella mia gola e mi sento urlare: “Lasciatemi andare, lasciatemi andare! Devo aiutare la mamma a rimettere tutto a posto…”.    

Auschwitz, 6 febbraio 1944      

Parlano in una lingua che non conosco, non so che cosa vogliono da me, mi hanno tolto mia sorella, non ho più visto mamma e papà, mi fanno sentire sempre più piccola ogni minuto che passa. Non mi interessa cosa vogliono, perché sono troppo stanca: posso prendere ciò che desiderano. Mi spingono, mi maltrattano, vedo solo le divise grigie con il marchio nero e mi lascio trasportare dalla corrente di uomini, senza oppormi.  

“Bambina, bambina!”.  

Mi sento come se uscissi da un mondo senza suoni, colori e sensazioni, sono appoggiata ad un muro, non ricordo come ci sono arrivata. Due mani leggere e piccole cercano di spingermi. Tutte le altre persone camminano incessantemente, su e giù per il terreno sconnesso, in silenzio. Non mi oppongo alla premurosa guida di quelle mani calde e in poco tempo mi ritrovo in mezzo agli altri. Al mio fianco, che mi sorreggono, ci sono due bambini dal viso concentrato e serio, probabilmente fratelli. Davanti a noi tutti si fermano, e per poco non mi scontro con la schiena di un adulto; la paura mi fa riprendere dal mio intorpidimento e torno a stare ben dritta sulle mie gambe.  

“Ciao”.  

La voce è quasi un sussurro nel mio orecchio; uno dei due bambini mi sta sorridendo: un sorriso felice, un sorriso sincero. Lo guardo incantata: è così tanto che non vedo un sorriso vero…   Il fiume di persone ricomincia a fluire e noi tre con lui. Senza smettere di guardare imbambolata quel volto sorridente, cerco di ritrovare la voce dentro di me, o almeno di ricordarmi come è fatta.

Ecco, sento la bocca aprirsi:  

“Io…”.  

Non riesco a dire nulla perché il nulla si apre ai miei occhi: un terreno arido, senza vita, dove persone scarne lavorano, cadono, si rialzano o aspettano, inermi, la falce della morte o il fucile della guardia.

Là, sul terreno dietro la recinzione, non c’è più niente di vivo, niente di umano, né nell’essere scheletrico che lavora e cade, né nella guardia: in quel terreno è rimasto soltanto il nulla.  

“Io non diventerò così” – è il bambino senza sorriso a parlare.

Prendo entrambi i miei accompagnatori sotto braccio e, seria in volto, il cuore distrutto, ma un fuoco di vita negli occhi, dico, con slancio:  

“Nessuno di noi tre diventerà così, ci aiuteremo: però prima dobbiamo fare una cosa…” – do un’occhiata ai volto curiosi di entrambi – “…diventiamo amici”.    

Non ci siamo più separati, siamo rimasti uniti, perché gli amici non si abbandonano.  

I signori in grigio ci hanno fatto togliere i vestiti e ora ho freddo, tanto freddo, ma mi dicono che faremo una doccia calda, che sarà bello. Ma nessuno di quelli che sono passati dalla porta metallica è tornato a prendere i propri vestiti.  

Ora è il mio turno e nella stanza delle docce ci entrerò da sola, non so cosa vogliano da me, ma qualunque cosa sia non gliela lascerò prendere facilmente.  

Ci diamo la mano, stretta stretta. Sto per varcare la soglia, ma prima ho il tempo di scorgere un volto: stampato lì in bella mostra c’è un sorriso, un sorriso rassicurante e falso.  

L’acqua tarda ad arrivare e noi abbiamo freddo, stiamo gelando, ed io ho paura. Paura delle guardie in divisa là fuori, paura di diventare come gli uomini che ho visto nel campo e la sciocca paura che nessuno si ricordi più di me. Quindi, mentre un rumore strano viene dall’erogatore della doccia, stringo più forte le mani dei miei nuovi amici, ricordo nitido il volto di Judith sorridente e felice e così quelli di mamma e papà e urlo con tutta la voce che ho in corpo:  

“Io sono Nella Attias!”.   

 

 

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Aggiornato il: 25/05/2011 alle ore 15.02.03

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