In fondo agli occhi

di Gaia Gasparini

Vincitrice del "Premio Scafati 2008" per la narrativa giovanile

Giorgia guardava assorta la strada che scorreva veloce al suo fianco, al di fuori del finestrino gli alberi e le case apparivano mostrando i loro volti uguali e simmetrici per poi sparire dietro le curve della strada.

Giorgia amava definirsi una persona pratica, pronta ad aiutare il prossimo in qualsiasi momento e davanti ai vicini ripeteva spesso che la sua casa era aperta a tutti: frasi semplici, frasi che scandivano la sua quotidianità insieme al giardinaggio e alle pulizie in casa. La sua vita sicura e programmata la rendeva felice: una bella casa, un marito dall’animo dolce e un giardino in fiore… cosa poteva desiderare di più una giovane donna? La risposta era arrivata tredici mesi prima: un ritardo del ciclo, un frettoloso appuntamento con il ginecologo e poi abbracci e baci a non finire, progetti per il futuro, tutine, culle e passeggini… poi un giorno tutto era finito: lo sguardo basso, gli occhi inondati di lacrime: “l’abbiamo perso” non aveva guardato suo marito, non aveva aggiunto altro, si era seduta a terra e con un pupazzo in mano aveva fissato la culla e i vestitini per tutta la sera. Suo marito l’aveva circondata con le braccia e l’aveva tenuta stretta, cullandola, ma restando muto per trattenere le lacrime e parole troppo banali. La luce rosata e incerta del mattino li aveva colti ancora insieme, addormentati sulla soglia di un mondo inesplorato. Due mesi dopo Giorgia e suo marito si erano iscritti ad un corso di pedagogia, finito quello avevano fatto domanda di adozione.

“SERVIZI SOCIALI” recitava il cartello. Parcheggiarono la macchina lì accanto e i due giovani si incamminarono, mano nella mano, incontro alla porta. Un’anziana signora era seduta dietro ad una scrivania sepolta da strati altissimi di carta, senza proferire parola indicò loro una porta in fondo al corridoio. Giorgia diede un respiro profondo e ancora incollata al marito fece i ventisei passi che la distanziavano dall’ufficio della “Dottoressa Fellini”. La porta si aprì silenziosa e un’alta signora si fece avanti con la mano tesa, dietro di lei faceva capolino la testolina bruna di un bambino di circa sette anni. Giorgia non badò alla dottoressa e non rispose alle sue domande, i suoi pensieri erano tutti rivolti al bimbo: non smetteva di porsi lo stesso interrogativo “Mio figlio?”

“Guarda Ivan questa è casa tua, ti piace?”
“Guarda Ivan questa è camera tua, ti piace?”
“Vuoi mangiare qualcosa, Ivan?”
“Ti piace la pizza, Ivan?”

Vorrei tapparmi le orecchie e pestare i piedi, voglio far smettere questi due di chiedermi le cose, voglio che smettano di ripetere il mio nome, ma non so come fare: la dottoressa Nadia ha detto di essere bravo con loro e gentile perché Paolo e Giorgia saranno i miei genitori, la mia famiglia…ma sono stanco, gli occhi mi si chiudono e vorrei tanto che smettessero di parlare. Mi stanno trascinando in giro per questa casa immensa che sembra non finire mai: mobili, divani, tappeti, tavoli…ricordo la mia casa di prima: si riduceva semplicemente ad una stanza, niente cose inutili e a volte neanche da mangiare, ma quando là ero stufo almeno potevo fuggire lontano, questa invece sembra una prigione dorata. Non parlo, non muovo neanche le labbra, aspetto che si annoino di me, della mia muta presenza, ma a quanto pare loro non si scoraggiano facilmente, mi mostrano la mia camera, mi preparano il letto per la notte, accendono una piccola luce ed escono dalla stanza lanciandomi dolci sorrisi. Quando la porta è chiusa mi avvicino al letto, prendo la coperta e mi accoccolo sul tappeto steso a terra.

Con uno sbadiglio mi alzo a sedere, mi guardo intorno e seguo la linea sottile della luce che proviene dalla porta. Sul pavimento, accanto allo spicchio di luce c’è una nera ombra. Urlo. Le ombre mi spaventano perché nascondono sempre qualcosa di brutto dietro e non voglio vedere le cose brutte.

“Stai tranquillo, tranquillo…”

Due occhi azzurri mi guardano intensi e rassicuranti: Paolo. Non avevo notato il suo sguardo, mi piace il suo sguardo, sincero, privo di ombre.

Sento le lacrime sgorgare dai miei occhi, non voglio piangere, ma mi succede spesso. Paolo allarga le braccia e io mi nascondo nel suo abbraccio, qui sono al sicuro. Papà.

Paolo mi solleva da terra e andiamo a fare colazione, Giorgia non c’è, ma sulla tavola c’è da mangiare per tre famiglie! Biscotti, succo, latte, cereali, pane, burro, marmellata… tutto il tavolo è coperto. Paolo si siede sulla sedia davanti alla mia, mi guarda sorridendo e dice:

“Pronto a mangiare tutto?”
“Tutto!?!”

Ho dimenticato di restare zitto, ma non importa più. Mangio tutto quello che riesco a prendere, facendo a gara con Paolo: non pensavo che potesse essere così divertente avere un papà tutto mio.

La porta di casa sbatte: “Ci siete?”

Giorgia entra sorridente in cucina con due grosse borse della spesa. Dà un bacio affettuoso sulle labbra a Paolo e a me riserva un amichevole buffetto sulla guancia. Giorgia comincia a parlare elencando estasiata tutte le cose che faremo oggi. Non parla della confusione sulla tavola, non mi dice di lavarmi le mani… pensavo che fossero queste le cose normali che si sentono dire i bambini normali… forse mi sbagliavo.

Paolo mi aiuta a vestirmi dopo pranzo, poi mi prende per mano e insieme usciamo dalla porta d’ingresso; Giorgia è già lì, anche lei vestita con un lungo cappotto, ci aspetta e appena mi vede mi prende per mano e mi mostra il parco, mi compra un palloncino mentre Paolo mi porta un gelato al cioccolato. Quando il sole sparisce dietro le colline io sono esausto: Paolo ha giocato con me tutto il giorno, ma non sembra stanco: mi prende in braccio e abbraccia Giorgia.

Mi risveglio nel mio letto, è notte fonda. Con calma prendo la coperta e mi accoccolo sul tappeto.

Di nuovo un raggio di luce passa serpeggiante attraverso la porta, un’altra ombra è sulla soglia. Non urlo. Qui sono al sicuro.

“Perché dormi sempre sul tappeto?”

Non aveva un tono accusatorio la voce di Giorgia, ma sembrava piuttosto che volesse cercare di capirmi. Alzai le spalle in un gesto sconsolato: non riuscivo a dormire bene così in alto.

“Potremmo provare così,seguimi!”

Giorgia sorrise e mi portò davanti ad un grande armadio, aprì un cassetto e tirò fuori una coperta, mi prese per mano e tornammo in camera mia, stese la morbida coperta sul tappeto, ci mise sopra il cuscino e il piumone. Era soddisfatta. Si chinò verso di me, tese la mano e mi disse:

“Facciamo un patto, Scricciolo, ogni settimana io aggiungerò una coperta mentre tu mi dovrai dire cosa veramente ti piace fare. Siamo d’accordo?” Mi stava sorridendo. Le sorrisi. Strinsi la mano che mi porgeva. Giorgia si alzò, ma prima che facesse un passo domandai: “Mi puoi raccontare una favola?”.

Giorgia si voltò nuovamente verso di me, mi prese in braccio teneramente, si sedette sul letto e cominciò “C’era una volta.....”. Mamma.

Una bella casa, un marito dall’animo dolce, un giardino in fiore e un figlio stupendo… cosa può desiderare di più una giovane donna?

Nient’altro… risponde sempre Giorgia.

 

 

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Aggiornato il: 25/05/2011 alle ore 15.02.21

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