La voce nel silenzio

di Gaia Gasparini

Vincitrice del "Premio Scafati 2009" per la narrativa giovanile

“Perché vuoi partire proprio adesso? Perché tutta questa voglia di partire per un posto caldo, soffocante, dimenticato da…”

Marco lasciò cadere le braccia lungo i fianchi quando mi vide chiudere, con un deciso colpo alla cerniera, il vecchio borsone.

Erano mesi che avevo pianificato quel lungo viaggio in Africa e solo da pochi giorni avevo trovato il coraggio di confidarlo a Marco, da quando l’aveva saputo non era riuscito a darsi pace, convincermi a restare a casa era ormai diventata una vera e propria missione per lui, parlava e parlava senza stancarsi mai, senza guardarmi mai negli occhi. Fui io a cercare il suo sguardo, dovevamo parlare, doveva sapere e capire il perché anche se forse neanche io ero davvero convinta delle mie reali motivazioni. Quando fissai i suoi occhi color nocciola così grandi, così tristi…non riuscii a parlare: la mia bocca non volle aprirsi, tutte le mie buone intenzioni mi crollarono addosso, gli corsi tra le braccia. Quando sentii il suo respiro calmarsi, il suo cuore battere più lento seppi che non era un perché quello che andava cercando con le sue vane parole, il perché lui lo aveva già capito da molto tempo.

“Tornerò Marco, tornerò da te e non ti lascerò mai più, te lo prometto ma ho bisogno di partire, ho bisogno di sapere, è mio dovere portare avanti il lavoro di Stefano. Tu lo sai, gli avevo fatto una promessa e voglio mantenerla”.

Marco si allontanò da me prese il borsone su una spalla, mi cinse le spalle con un braccio e mi sorrise. Non accettava la mia decisione, ma sapeva che nulla avrebbe potuto farmi cambiare idea.

Trovarsi a metri e metri dal suolo lontana chilometri da casa non era un’esperienza nuova per me, la mia voglia di conoscere il mondo, di imparare a vivere in luoghi lontani e vicini, la mia sete di avventura mi aveva portato distante dalla mia famiglia tante volte, ma la voglia di sentirmi libera dopo essere stata arruolata per due anni nell’esercito mi aveva spronata ad andare sempre più in là, oltre i miei limiti e oltre i confini del mondo. Non era più quella forza incontrollabile a trascinarmi in Africa, ma una promessa mantenuta troppo tardi, adesso era troppo tardi.

Stefano era morto. Non avrebbe mai saputo che avevo mantenuto la parola data, non avrebbe mai saputo che il mio viaggio in Mozambico era solo per lui, solo per sapere perché aveva dato tutto se stesso per una causa che nessun uomo da solo avrebbe mai potuto vincere.

L’aereo mi lasciò all’aeroporto di Maputo, sapevo cosa dovevo fare. Trovare la piccola sede dell’associazione creata da mio fratello non fu difficile, raggiungere il minuscolo villaggio lontano dalle grandi città, lontano dal mare e dal resto del mondo fu più faticoso del previsto: il sole era troppo caldo, la jeep troppo lenta, l’autista troppo silenzioso…quando fui lasciata in mezzo ad un gruppo di capanne, i piedi nella sabbia rovente, mi chiesi per l’ultima volta, o almeno sperai che lo fosse, che cosa fossi andata a fare in Mozambico.

Quando il motore della jeep si allontanò verso l’orizzonte nel villaggio calò uno strano silenzio, un silenzio che non avevo mai sentito, mi ero fermata immobile ad ascoltare tanti silenzi nel corso della mia vita: avevo chiuso gli occhi bagnati di lacrime mentre un silenzio carico di gioia sorprendeva abbracciati due vecchi amici appena ritrovati; avevo sfidato, stringendo gli occhi in due fessure, un silenzio pieno di paura e avevo sbarrato gli occhi, restii a guardare, ma costretti a farlo, mentre il silenzio della morte veniva a chiudere il fatale ciclo della vita di ragazzi troppo giovani e troppo innocenti per lasciare il mondo quel giorno. Ma quel silenzio era diverso...a rompere quella strana atmosfera fu la sottile voce di una bambina, il viso tondo e nero, i capelli ricci e crespi, mi guardava dal basso tendendomi la mano in segno di saluto. Non avevo capito cosa avesse detto, ma incuriosita da quel gesto così familiare, allungai la mano destra e strinsi dolcemente le sottilissime dita di quella che sembrava essere l’unica abitante del villaggio. La sua mano si serrò intorno alla mia con una forza inaspettata:
“Si deve stringere più forte per salutare davvero bene!”

Alzai lo sguardo dalle nostre mani ai suoi occhi color cioccolato, sorpresa. Capii subito perché quel gesto così familiare, per me, era uscito spontaneo ad una bambina che viveva dall’altra parte della Terra: quelle parole appartenevano a Stefano, al suo modo allegro e fiducioso di conoscere e salutare persone appena incontrate. Di nuovo la bambina parlò in quella lingua che non capivo, uno strano miscuglio tra il portoghese e un antico idioma appartenuto forse agli originari fondatori del villaggio. Lentamente, senza scomporsi, la schiena dritta e lo sguardo fiero, le donne si riunirono nel centro del villaggio, i bambini, incuriositi ma timorosi, restavano dietro alle madri, mi sentii trafitta da mille occhiate indagatrici e osservata e studiata con attenzione. I volti seri delle donne cominciarono a farmi paura, solo la mia piccola, nuova amica, che continuava a stringermi la mano nella sua, sorrideva. Poi, in un attimo, quel sorriso divenne una sonora risata, allegra e contagiosa si sparse nella calda aria di quel pomeriggio africano che mi vide accolta con sincerità dalle donne di uno sperduto villaggio del Mozambico.

Al villaggio c’era sempre qualcosa da fare, prendere l’acqua, raccogliere le radici somministrare le medicine che arrivavano viaggiando in jeep da Maputo. Tra giochi, lavori e corse la vita trascorreva felice, i pomeriggi erano interminabili, il sole mi scottava la pelle in continuazione, l’acqua non doveva essere sprecata così Maéva, la mia piccola amica, mi insegnò come fare a trovare un po’ di fresco senza aver bisogno di rientrare nella capanna: correvamo incontro al vento che ci faceva volare i capelli all’indietro e tutti gli altri bambini ci inseguivano. Nella luce rossa del tramonto io insegnavo loro un nuovo gioco e poi tutti insieme si cantava canzoni dal significato sconosciuto per poi mangiare intorno al fuoco, riuniti. La madre di Maéva, un giorno, mi disse di seguirla, non camminammo molto, una breve passeggiata, raggiungemmo una roccia e ci sedemmo alla sua ombra, la giovane signora mi porse dei fogli, erano scritti molto fitti, la calligrafia era di mio fratello.

Quando li presi in mano sentii le lacrime salire agli occhi e scendere lungo le guance, ma non erano lettere di addio, non erano lettere tristi, erano istruzioni, tutto quello che dovevo sapere su quelle persone, ma soprattutto come aiutare senza offendere. Scoprii i terribili fatti del colonialismo, la guerra civile, tante vite spezzate per raggiungere un’indipendenza che non era mai veramente arrivata, mentre il resto del mondo dava ormai per scontata la democrazia e il libero pensiero lì lottavano ancora per affermare la propria libertà. Seguii i suggerimenti di Stefano e compresi la sua ferma decisione di collaborare con militari addestrati per “dare un consistente aiuto al Mozambico”:

…la guerra civile non è finita nel 1992, le sue conseguenze resistono nel tempo, i militari mi aiutano ogni giorno a disinnescare le mine anti-uomo nelle vicinanze del villaggio, in quei posti dove i bambini vanno a giocare…

Dopo molto tempo ripensai agli anni nell’esercito, al corso specializzato per disinnescare le mine nelle zone di guerra, cominciai a togliere quelle trappole infernali facendomi indicare i campi minati. Erano ovunque, in due mesi disinnescai quasi un centinaio di mine rendendo quel posto più sicuro. Scoprii anche un piccolo bunker, usato probabilmente dai militari durante la guerra, lo mostrai alle donne del villaggio, indicando loro la strada più sicura per arrivarci. Mancavano ormai solo due settimane alla mia partenza e più quel giorno si avvicinava più sentivo di dover proteggere quelle persone anche da lontano.

Un giorno come ogni altro fui svegliata da quello strano silenzio che mi aveva circondato al mio arrivo, uscii dalla capanna e vidi un uomo attorniato dalle donne e dai bambini che avevo imparato a conoscere, Maéva lo prese per mano e lo condusse fuori dal cerchio, quando lo vidi bene in volto non seppi trattenere un urlo di gioia: Marco. Marco era lì, per me, Marco aveva capito.

“Devi venire via con me, tesoro, venire via oggi stesso e tornare a casa”
“Marco, io non posso ora, devo ancora…”
“Questa volta non si discute, un ciclone sta per abbattersi sul Mozambico e io non ti lascio qui, non questa volta!”

Abbracciai tutti, piansi e me ne, andai prima in jeep e poi in aereo, sarei tornata presto, di questo ero sicura. Piansi per tutto il viaggio sentendo di aver tradito le speranze mie e di mio fratello ed essendo certa di aver abbandonato i miei amici senza averli aiutati abbastanza.

…per l’anno 2000 era prevista in Mozambico la maggior crescita economica mondiale. Ma il ciclone ha spazzato via villaggi e coltivazioni oltre a falciare centinaia di vite.

Tornai al villaggio una settimana dopo la catastrofe, delle capanne non era rimasto nulla, solo la sabbia rovente, solo il silenzio.

Dal silenzio nacque una risata, poi un’altra e un’altra ancora, tutti mi corsero incontro, mi abbracciarono, mi festeggiarono: il bunker, il mio lavoro, il mio aiuto gli aveva salvati. Quel giorno, sotto il sole rovente, circondata dalle mie amiche e dai miei bambini, capii finalmente il significato delle parole di Stefano.

…non compatire mai queste donne, io non sono qui per consolarle, aiutale, vivi con loro e saprai essere fiera come loro e saprai ricambiare il loro amore e la loro amicizia, raggiungimi e capirai.

 

 

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Aggiornato il: 25/05/2011 alle ore 15.02.30

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