Il Partigiano
di Gaia Gasparini
I Premio al "Concorso ANPI 2008"
“Nonno! Nonno! Ti prego racconta un’altra storia…raccontami
quella dei due bambini che giocavano sempre e vivevano nel mondo
delle nuvole, oppure quella dell’albero di ciliegio, ti prego!”
Gli occhi del bambino erano grandi e luminosi e guardavano molto
più lontano delle mura di quella angusta stanza e quando
incrociarono quelli azzurri del nonno si fecero adulanti.
L’anziano signore cercava di mantenere un’espressione severa, ma
era inutile: presto il suo volto si aprì in un largo sorriso.
“Questa volta ti racconterò una storia che non hai mai sentito…è
molto lunga e fra poco devi andare a dormire, quindi questa sera
ascolterai solo l’inizio…” il nonno guardo lontano tra le
montagne che si intravedevano tra le tende solo per un attimo,
per poi riprendere il discorso con voce profonda e lontana “…un
giorno saprai tutto”.
Preso un lungo respiro il vecchio incominciò: “C’erano una volta
tanto tempo fa due bambini che vivevano felici correndo e
giocando tra quelle verdi colline che vedi laggiù” il grosso
dito indicò la finestra il bimbo si voltò a guardare e poi
appoggiò la testa sul petto del nonno per sentire la profonda
voce rimbombare e il cuore battere “Non si fermavano mai: non
conoscevano altro che il volo degli uccellini e i colori dei
fiori e la gioia di sentire il vento sfiorare i loro giovani
volti, nuotavano nei torrenti e inseguivano le farfalle…riesci
ad immaginarlo mio piccolo amico?” Il nonno guardò con dolcezza
e affetto i capelli lisci e scuri del bimbo che ascoltava
assorto il racconto e si muoveva seguendo il ritmo rassicurante
del respiro del vecchio. Non ottenne alcuna risposta alla
domanda quindi sorrise e continuò il suo racconto: “Un brutto
giorno però arrivò la guerra e nulla fu più lo stesso…sai cos’è
la guerra, Marco?” il bambino scosse la testa contro il suo
petto. Il nonno guardò nuovamente lontano: ora, d’un tratto, non
voleva più raccontare quella storia: come poteva dire ad un
bambino così piccolo cosa fosse la guerra? Gli sembrava troppo
crudele affidargli un simile peso: era più facile restare zitto…
“Marco, tesoro mio, è il momento di andare a letto. Forza,
adesso, anche il nonno deve riposare.”
Nonno e nipote guardarono verso la porta della stanza: una magra
signora dai capelli bianchi e gli occhi immensi aspettava
paziente con un pigiama in mano.
“Ancora dieci minuti, nonna! Ti prego!” Il bambino si era
staccato dal petto del nonno e adesso giungeva le mani
implorante.” La donna con un sorriso dolce rivolto al bambino e
uno sguardo comprensivo al marito fu inflessibile e presto Marco
fu sotto le coperte e la porta della sua cameretta chiusa.
L’anziana donna andò di nuovo in salotto e si sedette sulla
poltrona di fronte al marito. Seguì lo sguardo di lui verso la
finestra e poi sulle colline e nel cielo rosso fuoco della sera,
ma non poté andare oltre, dove i ricordi dell’uomo della sua
vita si perdevano nell’infinito universo.
“Cos’è la guerra? Raccontami questa storia, amore. Non tacere
più.”
Il vecchio non distolse lo sguardo, non incrociò quello della
donna, ma cominciò a raccontare la storia dal punto in cui era
arrivato.
“La guerra…cambiò tutto, ogni cosa diventò diversa da come era
sempre stata e si cominciò tutti una nuova vita in un posto
irriconoscibile, si ricominciò da stranieri nelle nostre case.
Ci venne insegnato a odiare alcune persone e ad adularne altre,
ci vennero insegnate le canzoni da cantare e le preghiere da
recitare, ci vennero dati i vestiti giusti e ci vennero
insegnate le leggi perfette. Questo era tutto ciò di cui avevamo
bisogno: una fede illimitata in Dio e nel fascismo. Io e Giorgio
eravamo giovani, troppo giovani e troppo bisognosi di tornare
sulle colline a correre, ma a quattordici anni si era già
grandi, si era già uomini, ormai parlare e scherzare insieme
prima di andare a lavorare e prima di cena era l’unica cosa
giusta da fare. I manifesti sui muri e i soldati in nera divisa
erano ovunque per ricordarci che vivevamo in un paese giusto e
perfetto dove vigevano leggi giuste e perfette e dove ciò che ci
veniva insegnato era giusto, perfetto e abbastanza per vivere la
propria vita, sposarsi e avere tanti figli.
Ma nessuno ci aveva insegnato come evitare le bombe, nessuno ci
aveva detto cosa prendere quando si doveva fuggire, nessuno ci
aveva insegnato come affrontare una guerra, la fame, la morte
che coglieva inaspettata, non sapevamo nulla e questo ci faceva
tanta paura. Tutti tremavano quando le bombe piovevano sulle
nostre teste e tutti pregavano…io e Giorgio fuggivamo dalla
città insieme, tornavamo insieme, tremavamo e combattevamo la
paura sempre insieme, legati da un’amicizia che durava ormai da
dodici anni.
Eravamo giovani impulsivi e pensavamo che potevamo essere
coraggiosi quanto gli eroi di cui si leggeva nei libri e così
quando arrivò il 1943 eravamo ormai convinti di poter cambiare
il mondo con le grandi gesta che così dettagliatamente
raccontavamo: quando gli uomini si rifugiarono sulle montagne
noi andammo con loro. Era il caldo giugno del 1944 quando
entrammo a far parte ufficialmente di una brigata partigiana,
avevamo appena compiuto diciotto anni e lasciato casa senza dire
nulla: credevamo che lasciare i nostri cari e abbandonarli
nell’incertezza fosse la cosa più dolorosa, il prezzo da pagare
per tornare a guerra finita come due grandi eroi.
Quanto eravamo ingenui…quante cose ancora non sapevamo…imparammo
in fretta cosa voleva dire vivere da partigiani: sempre nascosti
nel fango, tra le foglie, in mezzo ai rovi punti da zanzare e
insetti, circondati dalla morte e dai proiettili, vedere morire
i nostri compagni che erano davanti o di fianco a noi, sapere
che quel proiettile volante avrebbe potuto colpire noi un giorno
o l’altro. Ci venne data una pistola e ci venne insegnato a
sparare, dovevamo stare attenti a non sprecare le munizioni:
“Solo quando sarà necessario” Ci ammonirono e il commento serio
del capitano “Non ve ne pentirete…” ci fece capire che non si
trattava solo di mancanza di fondi, ma anche, e soprattutto, di
umanità.
Prima che l’estate finisse e l’inverno iniziasse io scoprii cosa
volesse dire uccidere un nemico. Quando premetti il grilletto e
il soldato nazista cadde a terra nessuno dei miei compagni disse
nulla: corremmo tutti via, uno dietro l’altro come era stato
previsto, come avevamo fatto sempre. Quella stessa sera Giorgio
venne da me il volto preoccupato, le labbra tese; mi sedette
accanto su una roccia, spalla contro spalla. Non disse nulla,
restò in silenzio accanto a me, aspettando…non lo guardai mai
negli occhi quella notte, parlai e basta, gli raccontai quello
che era successo, gli raccontai dei proiettili che volavano e
per la prima volta mentii al mio migliore amico e mentii a me
stesso dicendo che non si provava nulla nell’uccidere un
nazista. Mentii perché avevo paura di ciò che sentivo dentro me,
avevo paura di dare ascolto alla voce che sentivo nascere
dentro: continuava a ripetere che io avevo ucciso un uomo non un
soldato, non un nazista: un uomo.
Ma quello non fu l’ultimo uomo che uccisi, dopo di lui ce ne
furono molti altri: loro cercavano di uccidere me e io
rispondevo al fuoco: la legge della sopravvivenza.
Ma ancora io e Giorgio non sapevamo che c’era dell’altro
nascosto dietro l’angolo, oltre ai nazisti, oltre alle bombe e
oltre alla paura c’era un nemico a cui non eravamo pronti: il
freddo, il lungo e glaciale inverno del 1944 ci colse
impreparati. Non c’era più da mangiare, i feroci rastrellamenti
dei nazisti sembravano più terribili di prima e tra i fiocchi d
neve cadevano senza vita i corpi dei partigiani.
Natale e il nuovo anno vennero festeggiati con una bottiglia di
vino in una stalla abbandonata.
A Gennaio io e Giorgio fummo mandati insieme ad altri due
partigiani a minare un ponte, un lavoro veloce, che avrebbe
lasciato tante vittime sul terreno, ma sarebbero stati i nazisti
a morire e non gli abitanti del piccolo villaggio che ci avevano
così tanto aiutato nelle settimane appena trascorse.
Ci accostammo al lato della strada, tra i cespugli, aspettammo
che il ponte fosse libero e con le mani insensibili e rigide dal
freddo cercammo di fare il nostro lavoro nel miglior modo
possibile: nascondendo per bene l’esplosivo e la miccia. Io e
uno dei partigiani restammo per far saltare il ponte al
passaggio dei nazisti, gli altri tornarono alla base.
Riuscimmo a portare a termine il lavoro senza problemi e
risalimmo la collina in fretta, nascosti nell’ombra ma
orgogliosi di noi stessi. Eravamo impazienti di arrivare alla
base per festeggiare la piccola vittoria, ma…quando finalmente
fummo davanti alla casetta diroccata che fungeva da base da due
settimane non udimmo nulla, né un uomo né un animale, era un
silenzio strano, diverso da ogni altro: era la firma della
morte.
Trovammo sei corpi, gli altri cinque partigiani erano
probabilmente stati portati via dai nazisti. Giorgio non era tra
le vittime.
Il 30 gennaio del 1945 io vidi per l’ultima volta il mio
migliore amico, l’amico d’infanzia a cui avevo confidato tanti
segreti, il compagno con cui avevo scoperto il mondo…Giorgio era
sparito senza lasciare tracce di sé, un’ora prima c’eravamo
salutati con un abbraccio fraterno e di lui mi rimase soltanto
quello.
Anche se fa male dirlo e sentirselo dire la vita va avanti:
conobbi una donna, Sara, bellissima. Decidemmo di sposarci alla
fine della guerra, se mai fosse finita. Nel corso di febbraio,
marzo e aprile fui ferito cinque volte, sempre in modo lieve, ma
i miei pensieri erano tutti per la mia amata.
Il 25 aprile 1945 la guerra fu dichiarata finita, un mese dopo
mi sposai, dieci anni dopo scoprii che Giorgio era stato in un
campo di concentramento e si era tolto la vita quando non aveva
più potuto sopportare le torture.”
Il vecchio, il viso coperto dall’oscurità della notte, volse lo
sguardo verso la donna di fronte a lui:
“Tu, moglie mia, mi chiedi di non tacere più…ora ho parlato. Tu,
mia amata, mi chiedi cos’è la guerra…la guerra è stata la causa
della morte di Giorgio, è stata la causa della morte di tanti
altri ed è stata causa della perdita di una parte della mia
umanità, allo stesso tempo però ha fatto incontrare due giovani
ragazzi. La guerra è la cosa più brutta che possa capitare ad un
uomo: quello che ho visto e provato non potrò mai dimenticarlo,
ma io ho scelto di combattere e non di restare immobile, non
sapevo quale sarebbe stato il mio destino, allora, ma sono
diventato un partigiano e questo nel bene e nel male mi ha
insegnato a vivere. Io non parlo mai perché ho paura che gli
altri non possano percepire o sostenere sulla propria coscienza
ciò che dico, ma non potrò mai cancellare la guerra perché è una
parte indissolubile della mia vita.”
Sara annuì, alzò lo sguardo incrociando gli occhi del marito.
Il primo raggio di sole della nuova alba illuminò i volti
sorridenti di un vecchio partigiano e di colei che gli aveva
ridonato la vita.
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"Concorso ANPI 2008".
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