Ars Docendi
Carlo
Bo: Leopardi come vita
di Vincenzo Gueglio
Carlo Bo: non c'è forse nome più pronunciato
del suo, nel mondo delle nostre lettere; e con reverenza anche; spesso;
ma che alla notorietà del nome (e qualche volta alla perentorietà dei
giudizi) corrisponda non voglio dire una approfondita conoscenza ma una
sofferta frequentazione della sua opera, temo sia lecito dubitare. Che
il suo insegnamento circoli col sangue nelle nostre vene, ovvero che la
nostra esistenza, la nostra opera più o meno ambiziosa si svolga nel dialogo
e nella lotta a corpo a corpo con le sue pagine; che la sua temibile grandezza
costituisca l'orizzonte dei nostri sguardi, della nostra angoscia, non
direi proprio.
è anche vero che la stessa distrazione nostra
ci rende ancora sostanzialmente estranea l'opera di Renato Serra, così
fisicamente ancora poco presente nelle antologie e nei libri di scuola;
o - ma questo è un paradosso, o uno scandalo, di diversa natura - dello
stesso santificato Leopardi. Ma ho la sensazione che nel caso di Bo la
nostra insipienza, la nostra cecità siano particolarmente intense; e che
specialmente maliziosa sia la soddisfazione con la quale sostituiamo al
bisogno di conoscenza il pregiudizio della notorietà, un mazzo di vecchie
cartoline.
In realtà, se siamo sinceri con noi stessi,
saremo costretti ad ammettere che il libro delle nostre immagini interiori,
alla voce "Carlo Bo" è singolarmente povero e inespressivo;
e che, forse, tra le figure di lui che abbiamo potuto collezionare, tracciate
e diffuse in prevalenza ormai dalla stampa quotidiana e dalla televisione,
la più autentica e probabile è la caricatura che lo dipinge nelle vesti
del Duca di Urbino.
Superare interamente la palude dell'ignoranza
e dunque l'arrogante sicurezza del giudizio già pronto; evitare la sapienza
tranquillizzante del catalogo o il rifugio nella deformazione della caricatura;
misurare la grandezza ancora inesplorata e incompresa di quest'uomo; è
l'ideale che non potremo conseguire. Ma anche l'impegno al quale ci costringe
la pur minima nozione di dignità che ci muove. La debolezza e l'angustia
della nostra intelligenza ci sono ben note; e non hanno altro soccorso
che il gesto antico, semplice e avventuroso di chi apre il libro e si
concede al rischio della lettura.
Affidare al caso la scelta della pagina dalla
quale cominciare lindagine non sarebbe un arbitrio eccessivo; né
una viltà scellerata: Bo non ha scritto, nella sua lunga operosità - più
di sessant'anni ormai di lavoro e creazione dal suo primo studio su Jacques
Rivière (1) - che un unico libro, l'unico
volume variamente articolato in capitoli della sua ricerca inesausta e
vitale, del suo dialogo ininterrotto con quella parte di sé - e di noi
- costituita dalla letteratura senza tempo e paese; della sua lotta con
la materia sorda e ribelle del tempo minore. Per noi, contro di noi.
Ma la misura stessa dellarticolo ci
obbliga a una scelta più precisa: e scegliamo allora, per cercare di giungere
a una visione di Bo che sappia restituirci, in tutta la sua parzialità,
la verità che cerchiamo, un punto di vista privilegiato. Saltiamo senza
esitazione e senza troppo rimpianto tutti i nomi più noti del suo cielo:
quelli che lui stesso ripete frequentemente; dai quali non ci aspettiamo
più alcuna particolare virtù euristica.
Novalis, Mallarmé, Gide; Du Bos, Thibaudet,
Rivière; Pascal, Sainte-Beuve, Bayle, Alain, Montaigne; che cosa può servire
evocarne le grandi ombre solenni, far balenare magari tra esse limmagine
enigmatica di Lautreamont ?
Certo, creiamo unarea di riferimento;
alludiamo a unatmosfera; forse elaboriamo una complicata tautologia,
poniamo uno specchio davanti al volto di Bo; e non è esattamente quello
che ci serve. Il nostro spirito è inquieto.
Pensiamo sia più efficace - e non solo per
le ragioni di comodità connesse alla modesta estensione del nostro saggio
- cercare di cogliere la verità di Carlo Bo allincontro (e ogni
suo incontro porta il segno della lotta, ha i caratteri del dialogo e
del conflitto, dellamore e della diffidenza, della passione insomma)
con un monumento della nostra letteratura, Leopardi.
E se possiamo pronunciare questa parola verità
(noi che siamo soliti sussurrarla con infinita esitazione) con tanta sicurezza
e proclamare così superbamente la nostra fiducia di poterla sfiorare in
unimmagine di Bo è perché dallincontro con Leopardi la figura
di Bo - sfumature interiori delluomo, metodo di lavoro, concezione
della letteratura - emerge con tale nitidezza da superare ogni nostro
limite dintelligenza per imporsi alla coscienza del lettore per
sé, per sua propria forza ed evidenza.
Bo non ha scritto volumi su Leopardi; né
saggi ponderosi.
Semplicemente ha fatto i propri conti - e
non conosciamo nessuno che li abbia condotti altrettanto a fondo, né con
altrettanta lucidità e acutezza e onestà interiore - con una figura monstre
della letteratura non solo italiana. E in quei conti, inseguendo la verità
intima dellopera di Leopardi, ha definito se stesso, la propria
concezione della letteratura; e della vita; che sempre in lui coincidono.
Lo sorprendiamo a un testo giovanile, mentre
getta il proprio scandaglio attorno all'isola forse più bella della nostra
letteratura, sulle cui rive si calcinano le migliori intenzioni di tanti
poeti, sui cui scogli si disfano i relitti di tante orgogliose imbarcazioni;
tutte le reti si strappano.
E guardiamolo, Bo, quando crede "di
dover denunciare il pericoloso senso della nostra passione per lui",
come si alza serio, come esordisce dolente: "e forse non l'abbiamo
mai amato tanto"; e come, poiché pensa d'avere individuato in Leopardi
una parte di viltà, si leva deciso in faccia a lui soppesando l'arpione
delle sua accuse, come infine lo scaglia intrepido mirando al cuore della
colpa che intravede:
[...] è debole, vuole rivolgersi
anche a coloro di cui conosce perfettamente la nullità e l'incapacità.
Si è sempre immaginato uno spettacolo, cioè non ha mai avuto la forza
di arrivare al dialogo puro: ha preferito un modo costruito di confessione
e ha cercato fin troppo di difendere il valore inestimabile della sua
parola. [...] La sua straordinaria intelligenza gl'insegnò subito - e
come presto - a scoprire la vanità d'ogni cosa ma non gli concesse mai
la forza di rinunciare alle loro illusioni: conosceva questo niente ma
l'avrebbe accettato, piuttosto che doversi trovare di fronte a un altro
niente da risolvere, a una assenza gonfia di verità, che a un certo punto
preferì annebbiare e crederlo un nulla non passibile d'illusioni.
Così il futuro rimaneva costretto e condannato
da un'immagine del passato e il passato, giocato in tal modo nell'ambito
della sua intelligenza poetica, l'unica misura di felicità: riduceva la
realtà a una immagine, la sua condizione d'uomo al desiderio di un'altra
condizione, preferiva alla verità un sopportabile accomodamento. E un
dolore che non si chiuda in un atto d'umana disperazione o con altri soccorsi
non si risolva in una domanda d'ordine superiore, corre il pericolo di
definirsi in una posa (e certi suoi movimenti poetici chiedono l'inutile
fermezza della statua) e in una ripetizione prevista e di cui si sanno
i rimedi.
[...] Fu un'anima senza avventura: il
grido, la ribellione e magari la bestemmia finivano, si esaurivano in
una falsa pace, e a volte purtroppo in un accomodamento. [...] La sua
vita stessa, i libri e l'eterno giuoco degli studi, servirono ad addormentare
delle domande che sarebbero state la risposta che anelava e la sua consolazione.
[...] Fu vittima del peggiore egoismo, di quell'egoismo che riduce il
mondo a teatro delle proprie intenzioni. Che era alla fine l'unica maniera
di annebbiare le sue grandi qualità: la possibilità dei sentimenti e l'eterna
presenza del suo cuore. Invece le buttava ai primi venuti e nel primo
avvenimento che si presentasse [...]: piange di esser solo nonostante
il teatro che l'intelligenza gli crea ogni giorno. (2)
A Bo non si potrà certo rivolgere a cuor
leggero l'accusa che Serra mosse a Croce, di intendere senza partecipazione;
Bo e Croce, difficile pensare a spiriti più diversi e lontani; ma siamo
tentati lo stesso di mettere in parallelo il saggio leopardiano di Croce
e questo giovanile studio di Bo: accomunati, ci pare, dallo stesso eccesso
di intelligenza: entrambi colgono molte verità, l'acutezza dello sguardo
non manca a nessuno; ma a entrambi sfugge il totale del vero; Croce allontanato
e inacidito dalla freddezza e dalla differenza delle sensibilità e assordato
da un pregiudizio che potremmo chiamare ideologico, finisce per confondere
Giacomo e Monaldo; Bo tradito per una volta dalla passione e insolitamente
ipnotizzato da un'interpretazione altrui, può rimproverare a Leopardi
la stonatura che sente facendolo risonare sulla pietra di paragone delle
proprie attese.
Molti dei rimproveri ch'egli muove a Leopardi
sono precisi sino all'accanimento; e in questo eccesso di precisione che
chiamiamo accanimento troviamo l'errore e la spiegazione dell'errore:
c'è qui un dolore troppo personale, una delusione bruciante ma che non
giunge sino a Leopardi: se non nella veste dell'equivoco, o dell'ingiustizia:
Bo accusa Leopardi di non essere Pascal, o almeno lo accusa - stranamente,
ambiguamente, perché con quegli stessi argomenti avrebbe potuto assolverlo
e poi si vedrà infatti costretto ad assolverlo; ma con una contorsione
illogica che sembra un cedimento a una ragione involontaria e appena percepita,
un cedimento che soltanto l'onestà sua invincibile sembra imporgli - con
gli argomenti di Pascal, e di una parte soltanto di Bo: e questo è per
me il segno sicuro dell'errore; un errore che non posso chiamare col nome
dell'incomprensione, ma di equivoco sì: che se non impedisce del tutto
l'accesso al mondo del poeta ne limita però la visione a una zona troppo
ristretta, e investita da luci troppo potenti, che ne bruciano la verità
più intima e delicata: Bo è interprete troppo acuto e sensibile e onesto
per non avvertire l'odore di bruciato, lettore troppo fine e gentile per
non intuire la verità dell'ombra; ma non sa, per ora, che intuirla, non
sa che alludervi ripetutamente; ma non può afferrarla. E forse è proprio
il senso di questa esclusione che lo irrita e l'addolora e lo costringe
all'ingiustizia; alla quale sembra in fine voler porre una sorta di rimedio
o almeno di limitazione con una frettolosa e ormai inattesa assoluzione
del poeta.
Ma è segno della sua dignità - e consolazione
per i nostri dolori in quel senso - il non aver accettato una qualunque
tranquillità e la pace di una posa. [...] Lo salva - e ci salva - l'aver
sofferto fino alla fine, seppure erano sofferenze inutili e diverse. Questo
male - "in un perenne ragionar sepolto" - l'ha ascoltato da
uomo e non l'ha mai rinnegato. Non ha barato: l'onestà lo ha posseduto
interamente. (3)
è qui, in questa conclusione che continua
a parerci non del tutto autorizzata dalle premesse e dal tono del discorso
precedente, che vediamo il segno dell'inquietudine di Bo, la sua intuizione
della verità.
E ci torna a mente il parallelo che abbiamo
azzardato fra Bo e Croce; e annotiamo una differenza decisiva fra i due:
e non facciamo questione di intelligenza o di risultati, ma di impostazione,
di atteggiamento: sul volto di Bo è assolutamente impossibile trovare
mai traccia di quel sorriso soddisfatto che non di rado si allarga serenamente
sul volto del filosofo napoletano acquietandolo nell'espressione appagata
di colui che sa; di colui per il quale, e prendiamo a prestito una formula
di Serra, i problemi non esistono che per essere risolti. Da lui. Come
un gioco.
Bo non conosce l'appagamento nella scoperta
definitiva; lo stesso rapporto con Dio cade più sotto il segno della domanda
e della lotta che della pace ottenuta; si manifesta anch'esso nell'alveo
del tragico e del dolore piuttosto che in quello dell'idillio e della
consolazione; in Bo resta il tormento di un colloquio mai chiuso, l'ansia
della verità che sfugge; il sospetto della propria inadeguatezza umana;
la percezione della necessità di sempre nuove e ulteriori domande, la
consapevolezza che il mistero non si esaurisce mai nella ricchezza delle
risposte. Anzi non fa che crescere e impreziosirsi di oscurità e complessità,
d'altre domande all'infinito.
E questo tormento e quest'ansia, quest'onestà
operante sul filo sempre teso dell'angoscia, conducono, venticinque anni
dopo quel severo saggio, a quelle che per me restano alcune delle pagine
più belle, e intendo dire più cariche di verità, che siano state scritte
sul poeta di Recanati: e sono scritte a partire dalle ultime righe del
saggio precedente, a partire da quell'ultima affermazione ("l'onestà
lo ha posseduto integralmente. [...] Così anche da questo punto
di vista la sua povertà, il dolore della sua anima derelitta, diventa
un esempio: per noi che sembriamo fatti apposta per tradirci ad ogni passo"),
che allora ci parve sorprendente, fulminante come una contraddizione nel
cuore di un altro discorso: anche se non del tutto inattesa, anche se
preparata da accenti diversi che avevamo pur colto; ma l'errore che abbiamo
rimproverato a Bo non stava in questa contraddizione, essa era la parte
viva del discorso, quella ricca di sviluppi di verità; quello che abbiamo
potuto rimproverargli è di non aver colto questa possibilità, di aver
ceduto a un sentimento, di non aver voluto cogliere la corrispondenza
profonda tra la propria contraddizione e quella che stava, come verità
e non come errore, in Leopardi; la contraddizione che resta in noi perenne
fra la parte di noi che vogliamo destinare all'eternità e quella che ci
lega alla sabbia arida del nostro tempo: e questa contraddizione Bo la
conosceva molto bene sin da allora, per questo lo accusiamo con più forza
d'averla trascurata o d'averla considerata soltanto come occasionale sorgente
di poesia: e sorgente miracolosa, per di più, perché sarebbe nella sua
natura invece d'essere inciampo all'arte. (4)
Nel nuovo saggio (5)
le cose sono messe nella giusta luce sin dall'inizio. Bo non ha bisogno
di un grande volume; bastano poche pagine, lo spazio di un breve discorso
per portare a piena maturazione il lungo dialogo che negli anni ha intessuto,
nel silenzio profondo dell'anima, nell'attesa, per usare un termine che
è suo, coi testi; e la coscienza conseguita discende naturalmente in sentenze
scolpite, fulminate nella sostanza stessa della verità.
Fare o soltanto immaginare un bilancio
dell'eredità del Leopardi, di quello che Leopardi ha lasciato agli italiani
e agli uomini equivale un po' a tentare un altro genere di storia, vedere
cioè fino a che punto la nostra capacità media è stata in grado di accogliere
tutte le suggestioni lasciate dal grande poeta. Anche perché Leopardi
- almeno nell'ambito della nostra letteratura - è stato molte volte riconosciuto
come modello: ciò vuol dire che non sempre è mancata la buona volontà,
piuttosto sono state insufficienti le forze [...]. Ce ne convince - se
ne avessimo bisogno - la storia dei ritorni più conclamati a Leopardi,
ritorni che hanno messo in luce una parte dell'opera, un'immagine fra
le cento altre del poeta e, per il resto, hanno fuso in un unico gesto
l'oblio e il disprezzo per quello che a nostro avviso resta il punto più
alto del tentativo leopardiano: l'interrogazione costante, in profondità,
l'interrogazione disperata sulla presenza dell'uomo in terra, nella natura,
nel mondo che rifiuta la regola, la definizione, insomma la composizione
della ragione. [...]
In altre parole, si cercava di contrapporre
la parte della forma, quel tanto di perfetto che Leopardi ha lasciato
come lezione detta e aperta, alla parte dello scandaglio, dell'inquietudine,
al Leopardi che lotta contro l'assuefazione [...] eliminando tutto quello
che nella desolazione del poeta c'era di vitale, di spinta, di rivoluzione
in atto. [...] Leopardi poteva anche dare quest'illusione di essere nella
tradizione e se oggi noi facciamo la storia della critica leopardiana
vediamo che i maggiori sforzi sono stati fatti per legarlo in quel cerchio
e leggerlo a quella luce. Che non sarebbe poi un errore, a patto che si
trattasse di lettura completa e ognuno non cercasse di adattarlo all'immagine
che gl'interessa di più. D'altra parte, una lettura chiusa nella tradizione
evita proprio il Leopardi che ci tocca di più e che ha posto la nostra
letteratura all'avanguardia, ai limiti estremi dell'interrogazione. [...]
Che cosa c'impediva dunque di leggere
il Leopardi per intero, oltre il senso della tradizione, che cosa ci ha
fatto sempre anteporre il lirico all'uomo delle domande, non dico al filosofo,
perché in tal caso sarebbe come ricondurre Leopardi in un cerchio chiuso
di leggi, di abitudini, di norme. Se noi leggiamo infatti gli studi che
sono dedicati alla filosofia del Leopardi, non tardiamo a riconoscere
che si compie al proposito un'altra operazione di sistemazione e di adeguamento:
si cerca cioè di spiegare Leopardi con gli elementi che ci mette a disposizione
la cultura del suo tempo e non si vuole invece vedere che il suo atto
di negazione investe anche quelle categorie, anzi proprio quelle categorie
prima di tutte le altre. Ora se teniamo presenti queste due strade, quella
dell'invenzione lirica e quella della ricerca filosofica, non possiamo
non ammettere che a un certo punto tutt'e due ricevono una solenne smentita
dal Leopardi: c'è sempre un momento che la bellezza e la ricerca hanno
un attimo di sospensione, per cui non resiste più nulla e il giuoco si
traferisce su un altro terreno. Noi troppo spesso dimentichiamo, leggendo
Leopardi, questa rottura di equilibrio, questo precipitare nel nulla che
non è una categoria letteraria o filosofica, non è materia di sollecitazione
ma uno stato, una condizione, una seconda realtà. [...] L'interrogazione
leopardiana non per nulla rovescia la norma dell'assuefazione e non prelude
all'abbandono, alla stanchezza: al contrario l'arco dell'interrogazione
coincide con quello della speranza. [...] ma purtroppo la tendenza comune
dei lettori che si sono seguiti in un secolo d'amore e di esaltazione
porta a ridurre il senso e il peso dell'interrogazione, facendone una
figura rettorica. [...] I grandi poeti che hanno scelto Leopardi contro
tutto il resto del libro della nostra poesia - da Pascoli ad Ungaretti
- hanno fatto una scelta salutare ma di ordine limitato, hanno preso Leopardi
come una medicina e non come sarebbe stato più giusto come una malattia
[...].(6)
Ora sappiamo, dopo la lettura di queste poche
righe, che cosa è la perfezione, una parola definitiva. E credevamo non
fosse possibile.
Bo la pronuncia con naturalezza e come senza
accorgersene; perché non solo egli non si compiace del lavoro compiuto,
della verità conquistata; e meno che meno dell'eleganza in cui l'ha espressa;
egli ha l'aria di non percepire la verità ottenuta altrimenti che come
il terreno su cui poggia i piedi: un gradino su una scala infinita: il
suo sguardo già va oltre, il suo orizzonte è sempre alla stessa distanza,
sempre irraggiungibile; il suo sguardo, la sua preoccupazione non si rivolgono
alla pagina; ma a noi. L'autore, la pagina spremuta sino all'ultima goccia
di sangue, la parola pronunciata, l'affanno sofferto e le conquiste compiute
gli servono come uno specchio da alzare in faccia a noi, nel quale far
balenare non la sua ma la nostra immagine.
L'equazione risolta serve da incognita a
un'altra equazione; la risposta fornita assume il tono di un'interrogazione;
serve di rimprovero alle nostre omissioni e viltà; e anche questo serve
solo per muoverci, per andare avanti. E avanti, s'intende, ci saremo ancora
noi, con le nostre fangose resistenze, e il pauroso carico della nostra
disponibilità alla fuga nella dimenticanza e nella menzogna.
Lì, nello specchio della sua pagina, ci siamo
intravisti per un attimo quali siamo: l'accusa contro di noi ha i nostri
stessi volti, l'espressione della nostra stolidità e miseria.
Sì, siamo stati tutti pronti ad assumere
Leopardi come medicina; e il nostro compito era di prenderlo come malattia;
forse conoscevamo il nostro dovere; o forse no; comunque non ne siamo
stati capaci; troppi antidoti ci vaccinano contro l'autenticità, ci escludono
dalla verità.
Lo sapevamo; e ce ne siamo dimenticati. Siamo
abili noi, a giocare di omissioni e dimenticanze; è la nostra maggiore
e più coltivata virtù quella di imbrogliare le carte e divagarci fuori
di noi stessi; ma la nostra menzogna adesso è lì tutta intera, illuminata
da una luce che non ammette vaghezze o fraintendimenti.
Anche questa visione, anche questa luce dimenticheremo;
ma intanto è entrata in noi; e con essa è entrata in noi la visione nuova
e nitida di Leopardi: e lo vediamo stagliarsi netto in ogni particolare
nel cielo stesso della sua verità, autentico e vivo come nessuno aveva
saputo restituircelo: vivo, e pronto a operare in noi; se avremo il coraggio...
Ma, voglio ripeterlo, questa verità su Leopardi
non ce l'ha consegnata uno studio più o meno ponderoso d'esibita dottrina;
non, voglio dire, uno di quegli studi specialistici di critica critica
ai quali ci siamo purtroppo avvezzi che finiscono in genere per distruggere
il testo e soprattutto ogni speranza di collaborazione alla poesia nello
scempio di raffinatezza della notomizzazione: qui la verità di Leopardi
distilla con stupefacente, classica naturalezza e quasi distrattamente
dall'opera stessa, nella quale Bo ha lasciato macerare per venticinque
anni la propria anima onesta: in una lotta con se stesso, e con l'ombra
grande di Leopardi, che deve avere avuto le caratteristiche d'una resa
dei conti impietosa, e che giunge a noi pacificata nella forma d'una conoscenza
definitiva, d'una illuminazione.
Anzi, come un dato. La verità di Leopardi
non ci viene offerta nelle vetrine del gioielliere, esibita nella lucentezza
inutile del diamante; la intravediamo nelle mani dell'operaio intento
al lavoro, strumento già dimentico di se stesso e della fatica ch'è costato,
unicamente dedicato al proprio uso, a un altro scopo; alla costruzione
di un'altra verità; di un altro strumento di lavoro; di un'altra domanda...
Questo è Bo. Un uomo intento al proprio lavoro;
e il suo lavoro è porre domande. E cercare onestamente, cioè impietosamente,
le risposte possibili.
Non conosciamo nessun contemporaneo, nessuno
dopo Pascal, Montaigne, Leopardi, Kierkegaard, Dostoevskij, Nietszche,
che si sia spellato le mani con altrettanta ostinazione sulle difficoltà
del vivere e del sapere; in una lotta quotidiana con Dio e col mondo,
e con se stesso: in una dedizione assoluta alla serietà che non supera
l'angoscia ma in qualche modo la trascende affrontandola nell'assorta
solennità del lavoro onesto, in questa sorta di tragico artigianato dell'anima,
della vita.
Potremmo fare i nomi di Unamuno, di Jaspers...
ma sentiamo che qualcosa non ci soddisfa appieno. E del resto non si tratta,
naturalmente, di assegnare primogeniture o stilare classifiche; ma di
segnalare un territorio, un modo di sentire e vivere. Bo è stato certo
uno dei pochi che ha sentito se non altro il bisogno di sollevarsi all'altezza
delle interrogazioni leopardiane. E mi pare un fatto. Ma non facciamogli
dire più di quanto possa.
L'ansia condivisa, l'inquietudine che sempre
guarda oltre i risultati; e soprattutto significativa direi la caparbia
fedeltà a se stessi che assorbe in una maestosa coerenza tutte le possibili
contraddizioni, instaurano fra Leopardi e Bo una somiglianza, un'aria
di famiglia che può trarre in inganno.
Bo ha frequentato a lungo, s'intende, casa
Leopardi; e non conosco nessuno che sia penetrato così a fondo nei segreti
di quel palazzo; ma ha sempre abitato altrove. Per conto suo.
La tentazione del leopardismo - e Leopardi
poteva a buon diritto rappresentare un punto di riferimento per il movimento
che fu detto ermetico - non lo sfiorò.
O meglio; Bo sentì il fascino di Leopardi;
naturalmente; e ad esso, sentendolo come un pericolo, reagì nel modo che
sappiamo; contro i rischi del leopardismo levò la sua voce così precocemente
da stupire; nel saggio del '37: nel solco emozionante d'una lettura desanctisiana;
e disse la parola definitiva nel discorso del '62.
Leopardi è unico e irripetibile per sempre;
e le varie specie di leopardiani, al di là di tutte le buone intenzioni,
finiscono non solo per essere di gran buffi e sconclusionati animali,
per usare l'espressione carducciana, ma per offendere il modello.
Parrà strano che ci troviamo ad affiancare
Carducci e Bo in una guerra comune contro i leopardisti; ma è soprattutto
per verificare ancora una volta, se è possibile, come non conti, in sostanza,
la somiglianza esteriore dei risultati quanto piuttosto il senso del movimento
interiore: che illumina diversamente la scena.
Per Carducci Leopardi era certo un gran poeta;
ma in fondo per lui il leopardismo nasceva dallo stesso Leopardi, sviluppava
difetti ch'erano pure nella sorgente, magari tenuti a bada dalla superiore
energia, intelligenza e insomma virtù poetica irripetibile del genio;
per lui Leopardi è affetto lui stesso dal morbo da cui bisogna guarire:
il romanticismo; e l'appaia in questo al Manzoni, o pressappoco. E recuperare
la sanità vuol dire allontanarsi da quella fonte di contagio.
Bo, non si può dire rovesci esattamente la
prospettiva; ma va più a fondo; è più attento e preciso; più sensibile.
Identifica più chiaramente il male: lo riscontra nella superficialità
degl'imitatori prudenti, che restano alla forma - peraltro inimitabile
anch'essa, forgiata com'è nella sofferenza dell'anima che osa stringere
insieme musica e pensiero, immagine e concetto, illusione e verità, sentimento
e filosofia - perché non sanno vedere altro modello, perché si fermano
alla letteratura e non osano rischiare se stessi nell'avventura della
vita, non osano seguire Leopardi nelle profondità vertiginose della propria
ricerca, del proprio intimo.
Il male dunque per Bo non è l'imitazione
ma il tradimento, il rifiuto per viltà della lezione di Leopardi; della
dignità suprema che in lui si costruisce e si manifesta nella tensione
impietosa e inesausta al vero.
Bo osa scendere negli abissi di Leopardi;
non esita a prenderlo come malattia; e - proprio perciò - non diventa
leopardiano.
Proprio perciò, dico; e questo vale certo
per chiunque volesse affrontare una prova simile; che peraltro non è consigliabile
a cuor leggero a chiunque.
Perché Bo disponeva di un antidoto che è
privilegio delle grandi anime, che gl'impediva di diventare scolaro: sin
dall'inizio egli è Bo così irrevocabilmente, così saldamente da non poter
far altro che assorbire in sé ogni influsso, ogni insegnamento e digerirlo
e trasformarlo in un sé più marcato, più robusto, più certo.
Tutti quelli che lo hanno conosciuto ragazzo
o giovane hanno avuto la medesima sensazione, di uno che aveva già portato
a tetto la costruzione di sé; di uno che, senza peraltro cessare mai di
porsi in discussione con profonda ansia e sincerità, possedeva un proprio
mondo, e lenergia, i valori, la competenza del maestro.
Uno che sa affrontare con la parziale serenità
che la sua fede angosciosa può concedergli lavventura crudele duna
ricerca di purificazione interiore e di verità così rigorosa e feroce,
così intransigente e feroce quale non avevamo mai visto dopo Leopardi.
Vincenzo Gueglio
da "Critica Letteraria", anno
XXV, fasc. III, n. 96/1997
NOTE
(1) Carlo Bo, Jacques
Rivière, Brescia, Morcelliana, 1935.
(2) "Povertà di Leopardi",
un saggio del 1937 raccolto in: Carlo Bo, Aspettando il vento,
con introduzione di Mario Luzi, Edizioni L'Astrogallo, Ancona 1976, pagg.
17-30.
(3) "Povertà di Leopardi",
op. cit.
(4) "Il miracolo della
sua poesia sta precisamente qui ed è che nonostante tutto ci ha portato
in là come pochi altri e in tal modo da lasciarci interi, intatti: uomini.
Il migliore non fa a meno di risollevare alla nostra memoria certe cose
di Mozart brevi e compiute, perfette". Povertà di Leopardi,
cit., pag. 22.
(5) "L'eredità di Leopardi"
è un discorso tenuto a Recanati nel giugno del 1962 e poi raccolto nel
volume: Carlo Bo, L'eredità di Leopardi e altri saggi, Vallecchi,
Firenza 1964, pagg. 7-31.
(6) L'eredità di Leopardi,
cit., pagg. 7-10.
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