In cerca
del pigreco
1. Salomone e le cucurbite
"Il valore della circonferenza di un cerchio si
ottiene moltiplicando il diametro per 3,14:
c
= 2p
· r .
"L'area di un cerchio si ottiene moltiplicando
il quadrato del raggio per 3,14:
A
= p
· r2
Fra tutti gl'insegnanti che ogni anno, in ogni ordine
di scuola, ripetono questi dogmi, quanti ve ne sono che si preoccupano
di spiegare ai loro allievi che cosa sia quel simbolo magico e insidioso
che consente di conoscere i cerchi? E come gli uomini siano pervenuti,
e con quale tensione dell'ingegno, a individuarlo e definirlo? Pochi,
temiamo, mentre molti indubbiamente saranno pronti a lamentare il disinteresse
degli studenti per la matematica.
Forse essi stessi, inavvertitamente, tendono ad assumere
come verità date da sempre le conoscenze che tramandano: ad allievi
sin troppo pronti ad assumerle acriticamente, nella forma dell'ipse
dixit, ciecamente fidandosi dell'autorità dell'insegnante.
Ma la matematica ha una sua storia: non meno travagliata
e non meno affascinante d'ogni altra disciplina. E conoscerla potrebbe
aiutare a rendere meno distanti e meno freddi anche i numeri astrusi.
Infatti, benché spesso sconcertanti e difficili, i percorsi
della matematica sono in ultima istanza riconducibili a motivazioni
squisitamente umane, pratiche, a problemi alla cui risoluzione
l'intelligenza umana si è applicata sin dalle origini e che sono pertanto
agevolmente comprensibili (col senno di poi) attraverso la ricostruzione
di quegli sforzi e di quelle motivazioni. Attraverso, insomma, la storia
degli uomini, delle loro civiltà, delle loro idee e dei loro errori.
Già nel IV millennio a.C. i fatidici sumeri avevano
annotato, su tavolette ancora redatte col primitivo sistema di scrittura
detto pittografico, esempi per calcolare le aree dei campi col sistema
della base per l'altezza. Molto presto anche il rapporto fra la circonferenza
e il suo diametro - quello che noi ci siamo abituati a chiamare, un
po' macchinalmente, p - era stato individuato: deducendolo approssimativamente dalla misurazione
concreta.
Per i loro scopi pratici i sumeri non si preoccuparono
di cercare una approssimazione finissima e si accontentarono di una
grossolana determinazione del valore del p
= 3. Del resto, per conoscere la capacità o il contenuto di
un granaio cilindrico, non era indispensabile una grande precisione;
così come per prevedere il numero di mattoni per un fusto di colonna.
Ma i matematici - sempre un po' petulanti - giudicarono
severamente Dio in persona da quando scopersero nella Bibbia la testimonianza
di un errore compiuto dagli architetti di Salomone nel determinare la
circonferenza di una vasca circolare che il gran re stava facendo costruire
nel tempo per le abluzioni dei sacerdoti:
Fece il mare [grande vasca] di bronzo fuso, che
misurava dieci cubiti da un orlo all'altro: era perfettamente circolare
e profondo cinque cubiti. Un orlo in forma di corona, lungo trenta
cubiti, fasciava tutta la sua circonferenza (II Cronache, 4;2).
Per gli ebrei tra il I e il II millennio prima di Cristo,
dunque (l'impresa di cui parla la Bibbia è datata tra il 1014 e il 1007
a.C.), il rapporto tra la circonferenza e il suo diametro era uguale
a 3.
E qui la rozzezza dell'approssimazione cominciava a
produrre inconvenienti pratici piuttosto seri: assumendo per
il cubito un valore di 50 cm (tale era all'incirca il valore del cubito
egiziano, che i reduci dall'esilio importarono in Israele) scopriamo
che una approssimazione un po' migliore al misteriosissimo e per sempre
imprendibile valore vero del p
conduce a un valore della circonferenza pari a circa m 15,70 invece
di m 15 come sostenevano gli scribi di Salomone: con probabile sconcerto
dei carpentieri: ai quali dovette mancare, se avevano dato retta ai
calcoli dei progettisti, un cubito e mezzo di bordo vasca.
E viene da chiedersi come avranno risolto il problema
dell'ornato, che lo stesso testo descrive:
Sotto l'orlo aveva un ornato di cucurbite tutto
attorno, dieci per ogni cubito e disposte in due ordini, tutte fuse
di getto col mare stesso (II Cronache, 4;3).
Visto che la misura della circonferenza non era di 30
cubiti, come essi credevano, ma di 31,14, quante saranno state, in realtà,
le cucurbite? 300 o 314?
Questo piccolo mistero rimarrà irrisolto; e pazienza;
ma ci insegnato almeno una cosa, che il metro degli ebrei doveva essere
piuttosto elastico.
Anzi, flessibile.
Il punto è proprio questo. Infatti, non ragionando allora
in termini matematici astratti - come oggi il più sprovveduto dei nostri
allievi è pure abituato a fare, non foss'altro per la forma che la mente
ha assunto da quando s'è avvezza ad adoperare il linguaggio simbolico
dell'algebra - le regole di matematica e di geometria erano tratte direttamente
dall'esperienza pratica per i fini della pratica stessa e, non esistendo
propriamente il concetto di precisione quale noi oggi lo intendiamo,
ci si accontentava.
In effetti, sappiamo quali difficoltà si incontrano
nel misurare una linea curva. L'unità di misura adottata nell'antichità
fu, con ogni probabilità, flessibile per adattarsi all'andamento della
curva: è assai verosimile pensare che la stessa corda adoperata per
tracciare il cerchio sul terreno venisse riportata sulla circonferenza
nel tentativo di misurarla. Dunque il raggio stesso (curvato) costituiva
l'unità di misura; e il rapporto tra la circonferenza e il raggio (quello
che noi chiamiamo
p )
era dato immediatamente dalla misura della circonferenza: altro non
serviva e nessuno, a quanto pare, si preoccupò troppo se quel rapporto
non era esatto.
Certo a nessuno venne in mente la possibilità che la
circonferenza e il suo raggio fossero - enormità che noi oggi pronunciamo
senza battere ciglio - incommensurabili.
Per gli antichi erano tanto commensurabili, al contrario,
che non si preoccupavano nemmeno dei pezzi di circonferenza che restavano
dopo aver riportato sei volte intere su di essa la cordicella del raggio:
di norma almeno li trascuravano, accontentandosi della prima approssimazione.
Gli stessi sumeri, inventori della civiltà; e poi i
prodigiosi babilonesi, che pure sapevano calcolare esattamente - come
è dimostrato da tavolette cuneiformi che ci sono pervenute - il p alla seconda cifra decimale, adoperarono sempre, per i fini pratici,
il grossolano valore di p=3.
Non troppo diversamente accade
oggi, quando, pur conoscendo di p
oltre 700 cifre decimali, non ne adoperiamo, di norma, più delle due
consuete e familiari a tutti.
2. Ahmes, scriba, inventa
un sistema per calcolare l'area del cerchio e, già che c'è, trova una
regola generale per ricavare il pi greco
Come giungessero i babilonesi a calcolare con tanta
precisione il p,
non sappiamo; sappiamo come facessero gli egiziani; e il procedimento
adottato, sebbene conducesse a un risultato un po' meno preciso di quello
conseguito dai loro vicini della Mesopotamia, ci riempie d'ammirazione.
La testimonianza è contenuta in un papiro noto col nome
di Rhind, l'antiquario scozzese che lo acquistò nel secolo scorso,
o di Ahmes, lo scriba che lo compilò attorno al 1650 a.C. vantandosi
di trascriverlo da un testo più antico, risalente al Medio Regno e composto
tra il 2000 e il 1800 a.C.
Trisezionando i lati di un quadrato con lato di 9 unità
e tagliando via i quattro triangoli isosceli, si costruisce un ottagono,
la cui area, osserva Ahmes, non appare molto diversa da quella del cerchio
iscritto nel quadrato.
Se, dunque, riusciremo a conoscere l'area dell'ottagono,
avremo, all'incirca, anche l'area del cerchio.
L'area dell'ottagono è facile da ricavare: noi egiziani
sappiamo da tempo calcolare le aree di quadrati e triangoli; e non fatichiamo
a vedere che
Area
ottagono
=
Area quadrato
-
4 Area triangolo
Ovvero:
Area
ottagono
=
81 - 18 = 63
Questo 63 non mi dice molto, ma 64 lo conosco bene:
è l'area di un quadrato di lato uguale a otto unità.
E questa è per me l'area del cerchio inscritto nel quadrato
di lato 9.
I posteri torceranno forse il naso di fronte alle approssimazioni
del mio procedimento; ma io intanto sono in grado di compiere un passo
ulteriore, e ricavarmi, da questo caso particolare, la regola generale
che mi consentirà, dato un cerchio qualsiasi, di calcolarne l'area.
Debbo soltanto scoprire che cos'è che ha trasformato
l'area di un cerchio di diametro 9 nell'area di un quadrato di lato
8.
Se chiamo A l'area del cerchio iscritto
nel quadrato di lato 9, u la costante che cerco,
d il diametro del cerchio, mi accorgo subito
che
A
= u · d2
= 82
u = 82 / 92
= 0.789
Se poi, invece che ragionare sul diametro, che può essere
talvolta scomodo, preferisco operare col raggio, chiamerò poniamo p
la costante che cerco e avrò:
A
= p · r2=
82
p
= (9 / 2)2 = 82
p
= 4 (8 / 9)2 = 3,156
Mica male, eh? Ecco dunque trovata la costante che cercavo
che, moltiplicata per il quadrato del raggio di un cerchio qualsiasi,
mi darà la sua area.
E lasciamo pure che i posteri torcano il naso!
Sì, noi posteri raffinati abbiamo qualcosa da rimproverare
ad Ahmes: la approssimazione relativamente buona di
p
può riempirci di ammirazione; ma non ci basta:
a parte ogni altra considerazione, non sappiamo se i matematici egizi
si fossero resi conto che le aree del quadrato e del cerchio considerati
non erano esattamente uguali; e la mancanza di rigore nei passaggi fa
rabbrividire ogni insegnante di matematica di scuola media.
Chi affrontò per primo, con autentica consapevolezza
e grande rigore scientifico, il problema del rapporto fra la circonferenza
e il suo raggio fu un greco (e questo spiega il nome che all'enigmatica
costante fu assegnato): Archimede di Siracusa.
3. Le piramidi, monumento
al pi greco?
"Oggi sappiamo" mentono i due autori di un
libro per qualche aspetto divertente1,
"che i faraoni hanno scritto sulle piramidi i risultati d'una scienza
di cui ignoriamo le origini e i metodi. Vi si trovano il numero p, il calcolo
esatto della durata d'un anno solare, del raggio e del peso della terra..."
e via fantasticando in un'enumerazione sensazionale quanto oziosa con
la quale non ci interessa nemmeno, qui, aprire una polemica.
Ci incuriosisce invece, sia perché attiene l'argomento
di cui stiamo trattando, sia perché sembra fondarsi su dati oggettivi,
l'opinione di chi ha visto nella grande piramide di
Khufu2
una sorta di immenso monumento al p,
eretto dieci secoli prima che lo scriba Ahmes insegnasse il suo metodo
di quadratura del cerchio che conduceva - in seguito a un procedimento
ingegnoso ed efficace, anche se matematicamente rozzo - a un'approssimativa
valutazione di p,
che si faceva pari a 3 + 1/6.
Fu un certo John Taylor che nel 1859, mentre stava analizzando
a tavolino - probabilmente per ingannare la noia delle sue giornate
di ottuagenario - le misure di una pietra del rivestimento, scoprì,
con un tuffo al cuore, che attraverso queste si risaliva a una curiosa
proprietà: nella piramide, che ha un angolo di inclinazione di circa
52°, l'altezza sta in rapporto con il perimetro come il raggio rispetto
alla circonferenza:
h/p
= 1/2 p.
Data la straordinaria accuratezza d'esecuzione della
grande piramide, si è potuto procedere a una precisa misurazione delle
sue fondazioni che ha dato risultati stupefacenti, dimostrando che "questo
rapporto è rispettato con una precisione maggiore dell'uno per
mille3 ".
Contrabbandieri del mistero, mercenari del misticismo,
avvoltoi dell'inconsueto si sono gettati su questo dato facendone scempio
e trasformando un problema in un mistero insondabile.
Noi, che siamo interessati a un atteggiamento diverso
- onesto prima ancora che scientifico - citeremo un'interessante ipotesi
di Kurt Mendelssohn che propone una spiegazione semplice e originale
per presunto mistero: senza pretese di assolutezza ma anzi aprendosi
alla discussione, alla verifica o alla possibile smentita.
Mendelssohn suggerisce di adottare una spiegazione su
base pratica, conforme alle rudimentali cognizioni matematiche dell'epoca,
che sicuramente escludevano una conoscenza tanto raffinata di p: suppone perciò che gli antichi egizi avessero potuto trovar comodo,
in sostituzione del cubito lineare4,
adoperare un cilindro di diametro uguale a un cubito, da far ruotare
sul terreno: in ogni misura così effettuata si troverebbe dunque, in
modo del tutto casuale, il p.
Ci è parso logico e quasi necessario pensare che nella
misura di ogni lato il cilindro dovesse ruotare un numero intero
di volte; e, animati da una certa impertinenza più che dal freddo rigore
scientifico, ci siamo divertiti a operare una piccola verifica - della
quale ci accingiamo a dar rapidamente conto - che sembrerebbe confermare
(o, più prudentemente, non smentire) la nostra ipotesi.
Chiamando K il diametro del cilindro,
pari a un cubito reale, la circonferenza, cioè il cubito ruotato, è
c= p
· K.
Il lato deve, per soddisfare la nostra ipotesi, essere
l = n · p
· K, dove n è un numero intero.
Conosciamo le lunghezze dei quattro lati della grande
piramide: tra la maggiore e la minore c'è una differenza, normale anche
per sistemi di misurazione moderni, di 20 cm. Abbiamo calcolato la media
dei quattro valori: per essa l = 230,36 m.
Sappiamo anche il valore del cubito: K = 0,5236
m. Nell'ipotesi di 140 rotazioni intere, il valore di
p
contenuto in queste misurazioni è p = 3,142... con un errore, dunque, di circa un millesimo.
Prima di affermare, tuttavia, che l'ipotesi è pienamente
soddisfatta e assumere l'uso del cubito ruotato tra i sistemi
di misura normalmente adoperati dagli antichi egizi, preferiremmo attendere
che un fortunato ritrovamento archeologico sostituisca con una prova
materiale inconfutabile la semplice verosimiglianza del nostro ragionamento.
Se si accetta l'ipotesi secondo la quale al cubito
ruotato adoperato per misure di lunghezza gli antichi costruttori
facessero corrispondere il cubito lineare in altezza, ecco che
il misterioso rapporto tra altezza e perimetro viene a spiegarsi con
disarmante semplicità.
Può darsi che questa spiegazione non sia per tutti soddisfacente
appieno: si tratterà, allora, di trovarne una migliore.
Quello che è comunque storicamente certo - una dato
invalicabile per chiunque desideri conservare una differenza tra ragionamento
e fantasticheria - è che gli egiziani non ebbero mai piena consapevolezza
teorica del problema del p:
per trovarla, al di là delle risposte pratiche di Ahmes (o dei babilonesi),
che comunque vennero circa un millennio dopo le piramidi, bisognerà
aspettare qualcosa come 2500 anni: la piena maturità della civiltà greca
e il genio individuale di un uomo fra i maggiori che la storia ricordi:
Archimede di Siracusa.
4. Il pi greco, Archimede
siracusano e le perplessità del giovane Törless
Liberati dalla necessità di fare i conti con i problemi
pratici più urgenti, che trovavano risolti in seguito alle grandi conquiste
intellettuali degli egizi e dei babilonesi - a torto sottovalutate dalla
miope e forse inconsapevolmente razzistica alterigia di certi critici
abbagliati dal miracolo ellenico -, i greci poterono coltivare
l'inclinazione al gioco elegante delle forme e dei numeri: che ha dato
poi così brillanti risultati e ha segnato tanto profondamente la nostra
civiltà da far dimenticare troppo spesso la sua storicità: i
suoi debiti e anche i suoi limiti.
La forma classica del problema della determinazione
del p come quadratura del cerchio con riga e compasso (gli strumenti
degli dèi, gli unici che gli aristocratici greci si degnassero di adoperare)
era certamente affascinante, ma anche un'inutile gabbia.
E' vero che mentre cercavano la soluzione di questo
problema (e degli altri due, famosi, della duplicazione del cubo e della
trisezione dell'angolo) i greci raggiunsero importanti conoscenze geometriche
e vette altissime d'astrazione; ma è anche vero che non s'accorsero
mai, realmente, che i limiti che si erano imposti erano arbitrari, tutt'altro
che assoluti o naturali.
Di passaggio, senza volerci soffermare sul fatto più
di quanto occorra per annotarlo, possiamo constatare come un atteggiamento
extramatematico - il disprezzo, in questo caso, per i metodi e gli strumenti
degli artigiani e dei tecnici5
-, condizionato dalla formazione economico-sociale dominante influisca
di fatto (nel bene e nel male, sia come stimolo, sia come limite mentale)
sulla stessa ricerca matematica; e come la stessa impossibilità
d'una soluzione si dimostri relativa a certe restrizioni: individuate
e rimosse le quali l'impossibilità scompare.
I problemi della duplicazione del cubo e della trisezione
dell'angolo portano (come si è scoperto con lo sviluppo dell'algebra
e della sua notazione simbolica dopo il Seicento) a equazioni cubiche:
essi pertanto non sono risolvibili con riga e compasso (strumenti che
conducono, come nessuno studente oggi ignora, a equazioni lineari e
quadratiche); ma ammettono una soluzione: e oggi è possibile, con speciali
strumenti formati da una serie di aste articolate, pervenire alla soluzione
grafica non solo di questi due problemi, ma di qualsiasi problema che
conduca a un'equazione algebrica a coefficienti razionali.
Il problema della quadratura del cerchio si è
dimostrato invece ben altrimenti indomabile; ostinato e maligno; radicalmente
diverso rispetto agli altri due e capace di suscitare allarmanti inquietudini:
la sua complessità, il suo fascino - che ha attraversato indenne tutta
la storia delle civiltà umane -, le vicende della sua "risoluzione"
ne fanno uno degli episodi più significativi e illuminanti del modo
di procedere della matematica.
A conclusione di due millenni di tentativi, nel 1882
il tedesco Lindmann risolse il problema dimostrando che è impossibile
risolverlo: p
è qualcosa di peggio d'un semplice numero irrazionale, non appartiene
neppure al pur vasto dominio dell'algebra: deve essere considerato un
numero trascendente: e il problema che lo concerne non ammette
nessuna formulazione algebrica.
I matematici manifestarono grande soddisfazione per
questa nuova conferma delle ambigue possibilità della loro scienza;
ma a noi, profani inquieti, è rimasta la malinconia di vederci riconsegnare
p avvolto nel mistero di sempre e con in più il consiglio d'essere ragionevoli
e accontentarcene.
Né ci stupiremmo di sentirci dire - con l'irritante
candore di cui sono capaci i matematici - che tutta la ricerca non è
stata che un gioco: l'esistenza del quadrato equivalente al cerchio
di raggio unitario, infatti, nessuno l'ha mai posta in dubbio: questo
quadrato in matematica è sempre esistito ed è, con esasperante precisione,
quello il cui lato misura radice di p;
e p è
perfettamente conoscibile con un'equazione semplicissima e dall'aria
innocente: p -
x = 0: che ha l'unico torto (questo potrebbe onestamente riconoscerlo
anche il matematico) di cambiare soltanto nome a p e di riproporcelo,
spogliato della sua austera veste tradizionale, mascherato da Pierrot,
tutto carico di punti interrogativi:
p =
x .
Possiamo capire come fra i turbamenti del giovane Törless
non poca parte avessero quelli relativi a certe disperate incursioni
del pensiero nei domini dell'infinito, nei fondamenti incrollabili e
assenti6
della matematica, nella sfuggente, imbarazzante, interminabile realtà
dei numeri irrazionali.
Le perplessità suscitate dall'irruzione dell'infinito
nei numeri sgomentarono e sgomentano le facoltà intellettive e i sensi
(finiti) degli uomini, da Pitagora a Cantor: che impazzì, come in un
uno degl'incubi fantastici di Borges, contemplando l'inconcepibile serie
degli Aleph che aveva suscitato.
Ma mentre alcuni scivolavano nello stupore mistico -
dal pitagorico Liside, che propose di pensare dio come un numero irrazionale;
al Gioberti, che vide nella matematica infinitesimale la prova decisiva
dell'esistenza di Dio - altri cominciarono, senza reverenza alcuna,
a fare i conti, letteralmente, con questi numeri e con lo stesso infinito.
Uno di questi arditi irriverenti fu Archimede, che tutti
almeno di nome conoscono perché "ne ha fatte di così curiose, ha
fatto dir tanto di sé, che, per saperne qualche cosa, non c'è bisogno
di un'erudizione molto vasta7
".
Tra le cose curiose fatte da Archimede vi fu
quella di contare i granelli di sabbia che possono essere contenuti
nell'universo. Un'altra fu un magnifico
metodo8
che gli permise di svelare molti segreti delle curve e dei solidi e
che è, in buona sostanza, identico al procedimento, riscoperto 1850
anni dopo la sua morte, del calcolo integrale.
Senza addentrarci in dettagli teorici o
tecnici9
vorremmo limitarci a guardare questo metodo mentre opera: per esempio
mentre affronta il prestigioso problema della quadratura del cerchio.
Archimede cominciò col dimenticare i limiti che gli
si ponevano: gettò via riga e compasso e fece funzionare la fantasia
della ragione.
Propose di immaginare la circonferenza come compresa
fra due insiemi di poligoni regolari, uno inscritto, l'altro circoscritto:
partendo da un esagono, si continua a raddoppiare il numero dei lati;
i perimetri dei poligoni iscritti formano una successione e quelli dei
poligoni circoscritti un'altra successione: e le due successioni "oscillano"
come un pendolo attorno al valore vero (irraggiungibile) di p.
Se si continua indefinitamente in questo procedimento,
le oscillazioni si fanno sempre più strette attorno a p,
o, come si direbbe in termini matematici, "convergono sullo stesso
limite": questo limite è la lunghezza della circonferenza e, se
il diametro di quest'ultima è l'unità, il limite comune è p.
Archimede decise di fermarsi (lo immaginiamo stremato
da calcoli estenuanti)10
al poligono di 96 lati; in corrispondenza del quale trovò un valore
di p
compreso fra
3
+ 10/71
e 3 + 10/70,
vale a dire fra
Era, in fondo, un piccolo progresso dal punto di vista
numerico, rispetto ai valori ottenuti dagli egiziani e dai babilonesi;
ma con il rigore e la straordinaria lucidità concettuale condensate
nel metodo adottato per compiere questo piccolo passo Archimede
fece compiere alla matematica e alla ragione umana un balzo immenso,
che ancor oggi siamo indotti a considerare con reverente stupore e ammirazione.
Tra l'altro si deve osservare che le successioni convergenti
al limite di p
sono entrambe irrazionali e che Archimede,
senza troppo preoccuparsene12,
sostituì ad esse delle successioni razionali, adottando così, circa
21 secoli prima che Weierstrass e Cantor lo autorizzassero, il procedimento
che consiste nel fare corrispondere a una successione di numeri irrazionali
una successione di numeri razionali13.
E questo ci pare un tratto che - mentre ce lo rende
umanamente più vivo, più vicino e direi, anche simpatico - può ben costituire
un ulteriore parametro della sua grandezza.
Vincenzo Gueglio
NOTE
- Pauwels e Bergier, Il mattino
dei maghi, Mondadori, Milano 1974, pag. 200.
- Cheope, come siamo abituati a chiamarlo,
alla greca.
- Kurt Mendelssohn, L'enigma delle
piramidi, Mondadori, Milano 1979, pag. 59.
- Il cubito era l'unità di misura
egiziana: basato sulla distanza dal gomito alla punta delle dita,
nell'Antico regno era fissato convenzionalmente e valeva circa 52
cm. Per l'esattezza m 0,5236.
- Su questo atteggiamento delle classi
dominanti nei confronti del lavoro riferisce, con notevole lucidità
e distacco, Erodoto: "Se i Greci abbiano ricevuto anche questa
consuetudine di vita dagli Egiziani, non potrei affermarlo con sicurezza,
poiché vedo che anche i Traci, gli Sciti, i Persiani, i Lidi e quasi
tutti i Barbari considerano di minor riguardo, in confronto degli
altri cittadini, quelli che imparano un'arte e i loro discendenti;
mentre, invece, ritengono nobili quelli che sono liberi da lavori
manuali; in modo particolare quelli che si sono consacrati all'esercizio
della guerra. E' questa una mentalità che tutti i Greci hanno assorbito,
e specialmente gli Spartani; i Corinzi, invece, sono quelli che
meno di tutti disprezzano gli artigiani". Erodoto, Le storie,
II, 167, Mondadori, Milano 1974, pag. 252.
- "Sebbene il tuo edificio stia
in piedi, ogni mattone, appena si tocca, diventa aria" (Robert
Musil, I turbamenti del giovane Törless, Rizzoli, Milano
1974, pag. 106).
- I promessi sposi, cap. VIII.
- Egli ne attribuisce però la paternità
a Eudosso di Cnido (408-355 a.C.)
- Chi ne fosse curioso può trovarne
un'efficace illustrazione in Carl Boyer, Storia della matematica,
Isedi, Milano 1976, pagg. 107 e segg. e pag. 149.
- Anche perché non possedeva i nostri
numeri, né le nostre tecniche, e doveva operare con un sistema,
simile a quello adoperato dai romani, ove i numeri si rappresentavano
con lettere dell'alfabeto. Per avere una vaga idea delle difficoltà
connesse a tale sistema, suggeriamo di provare a eseguire un paio
di moltiplicazione e divisioni coi numeri romani. Poniamo ad esempio
che si debba dividere MDCCIX per MCMXXVIII. Non sarà forse inutile
ricordare che ancora nel Rinascimento la divisione era un'operazione
assai difficile, e che da molti paesi d'Europa i figli dei grandi
mercanti venivano in Italia per apprenderne i complessi segreti,
che s'insegnavano nelle migliori università.
- Tre secoli dopo, Aryabhatta, un
grande matematico indiano, riprese il metodo di Archimede e, arrivando
al poligono di 384 lati, affinò ulteriormente l'approssimazione
di p , considerandolo uguale a 3,1416.
- "Se uno badasse troppo per
il sottile, la matematica non esisterebbe" (R. Musil, op. cit.
pag. 96).
- "Che sia ad essa asintotica"
vorranno aggiungere i pedanti. Li accontento, ricordando che si
dicono asintotiche due successioni la cui differenza è infinitesima.
Vincenzo Gueglio è
dal 1969 insegnante tecnico-pratico di Topografia nel nostro Istituto,
ove si è diplomato nel 1965; laureato in Filosofia, si è dedicato dapprima
a studi di Storia Industriale (Storia dell'Industria siderurgica
in Liguria dal 1860 al 1914, Varsavia, 1974, Genova 1975), poi ha
imboccato con sempre maggior decisione la strada della letteratura,
percorrendola sia sul versante della scrittura creativa, sia su quello
critico.
Romanzi pubblicati: Il privilegio di Fernand Gachet
(Premio Tigullio per l'inedito), Savona 1987; Dieci toni di grigio,
Milano 1993; La risultante, Milano 1994; Mario!, Milano
1994.
Ha tradotto e curato, corredandola di un ampio saggio
critico, la prima edizione italiana commentata del Martinus Scriblerus,
di Swift e altri (Milano, 1993); e recentemente, per la Sellerio
(Palermo, 1994), ha scritto il saggio "Il segreto di Serra",
come postfazione alla prima edizione annotata dell'Esame di coscienza
di un letterato (1915) di Renato Serra.
Ha pubblicato recentemente diversi saggi, tra i quali: