Ars Docendi
Pitagora il Tao e la radice di
due 1
Dalla gematria (l'antico artificio magico di
tradurre in numeri le parole e le parole in numeri), alla cabala; dal
culto pitagorico e taoista del numero alle credenze che attribuivano
speciali poteri a certi numeri e che sono giunte sino a noi lasciando
tracce profonde nelle superstizioni popolari, il rapporto dell'uomo con
la cifra è sempre stato segnato da una sorta di sospetto, di reverente
diffidenza, di timore.
La conquista dell'astratto concetto di numero è stata
così lunga e faticosa e difficile che l'uomo non ha mai saputo, in fondo,
capacitarsene interamente; e ha finito, come troppo spesso in verità gli
capita, per strappare da sé la propria creazione e considerarla una sorta
di entità magica esistente per sé, da temere e adorare:
"Benedetto tu sia, numero divino, tu che generi gli
uomini! O sacra tetraktis, tu che contieni la radice e la fonte della
creazione sempiterna! Infatti il numero divino comincia con la profonda,
pura unità finché arriva al sacro quattro; poi genera la madre di tutto,
la sacra decade che tutto comprende e tutto limita, la primigenia che mai
devia e mai è stanca, e possiede la chiave di tutte le cose".
Tale era la preghiera che i pitagorici rivolgevano alla
serie dei primi quattro numeri (la sacra decade ne è la somma:
1+2+3+4 = 10 ) che rappresentavano i quattro elementi: fuoco,
aria, acqua, terra.
In modo non troppo dissimile la cosmologia taoista del
contemporaneo Lao Tsû si basava sui numeri:
"Il Tao produsse l'uno / l'uno produsse il due / il due
produsse il tre / il tre dette vita a tutti gli esseri"
e i più antichi babilonesi avevano assegnato un nome a
ciascuno dei 60 numeri che costituivano la base del loro sistema
sessagesimale, del quale restano tracce tuttora vitali e operanti nel
nostro modo di misurare gli angoli e il tempo.
A proposito dei babilonesi e di Pitagora, è giunto il
momento di ristabilire i diritti della storia contro l'interessato luogo
comune della cultura occidentale che vuol vedere a tutti i costi nei greci
l'inizio della razionalità e che ha accreditato l'improbabile versione di
Pitagora scienziato e matematico.
Mentre è perfettamente chiaro - e senza voler con questo
sminuire il contributo incalcolabile che i greci e la stessa scuola
pitagorica apportarono allo sviluppo della cultura e all'affinamento della
razionalità - che il cammino fondamentale era già stato svolto e non solo
il concetto di numero era già una conquista permanente dell'umanità, ma
tecniche di calcolo raffinatissime erano in uso da più di due millenni
presso le popolazioni della Mesopotamia (e in parte dell'Egitto): così
avanzate che il giovane, geniale, sensibile Pitagora - proveniente da un
paese che nonostante i recenti formidabili progressi stava appena
affacciandosi alle soglie della civiltà - dovette esserne tanto sbalordito
e così profondamente impressionato da sentirsi chiamato a una vera
missione di sacerdozio (di conoscenza e di adorazione) nei confronti delle
entità misteriose e intensamente magiche che producevano tanti prodigi.
Che poi questa adorazione, con l'attenzione ossessiva
che destò per le mirabolanti proprietà dei numeri, finisse per creare le
basi per un poderoso sviluppo della scienza, è tutto un altro discorso, e
senz'altro vero: così come è vero che i maghi e gli alchimisti dell'Europa
medioevale, nella loro ricerca di pozioni miracolose e della pietra
filosofale propiziarono la nuova scienza: ma come nessuno si sogna
di confondere Lavoisier con Paracelso, così è opportuno con confondere
tutti i greci in un sol mazzo solo perché vissero sulla stessa terra; e
non mescolare gli atteggiamenti di un Archimede con quelli di un Pitagora:
il cui apporto alla scienza, seppure fondamentale, è stato in qualche modo
involontario e per così dire una sorta di sottoprodotto della sua mistica
dedizione alla conoscenza del Dio Numero, la cui potenza lo sconcertava,
l'affascinava, lo terrorizzava.
Tutti sanno ormai che il teorema cosiddetto "di
Pitagora" era già noto, almeno in alcuni casi, in Egitto da più di un
millennio; mentre in Mesopotamia le applicazioni e gli esercizi col
teorema sono così estesi che si può pensare che i babilonesi di 4.000 anni
fa conoscessero la regola generale; è certo che sapevano adoperare la
Ö2
il cui valore calcolavano con una differenza di 0,000008 dal valore
"vero".
Ma forse non tutti sanno che non è certamente per merito
di Pitagora se noi oggi siamo in possesso della dimostrazione del teorema
che porta il suo nome: fu infatti un discepolo che, violando la ferrea
regola della setta che imponeva il segreto a tutti gli aderenti, divulgò
l'allarmante novità e per questo, si dice, fu ucciso.
Ippaso è il nome che si tramanda dell'illuminato
traditore: vogliamo ricordarlo e rendergli omaggio perché ci piace
immaginarlo tormentato dalla dolorosa contrapposizione al Maestro ma
irresistibilmente mosso dall'insofferenza per le pratiche superstiziose
della scuola e - lui sì - già da un barlume di spirito scientifico.
Ma perché tanto scandalo, tanta severità, perché tanta
rabbia spinta sino all'omicidio nei confronti di un discepolo che
infrangeva una regola, sia pure fondamentale per la setta. come quella del
segreto?
Perché...
Ma questa è una storia che va raccontata dall'inizio.
Pitagora immaginava - assai ragionevolmente, bisogna
ammetterlo - che i punti che costituiscono le cose avessero dimensioni
esigue ma finite, insomma reali: come pensare, infatti, all'esistenza di
una cosa concreta, percettibile ai sensi, toccabile, composta di parti
prive di dimensioni, di consistenza, prive cioè di esistenza reale?
Assurdo, non è vero?
Assurdo.
Come accettare la mostruosità (che Euclide fu costretto
a scrivere nei suoi Elementi e che tuttora i giovani imparano senza
battere ciglio da troppi insegnanti che senza battere ciglio la ripetono)
che il punto sia un ente senza dimensioni?
I punti di Pitagora sono, manco a dirlo, i numeri: che
egli immaginava disposti in figure geometriche: il nome di numero
quadrato, di numero cubo, ci deriva, attraverso le sorprendenti vie della
memoria e della dimenticanza storica, direttamente da questa usanza e da
questa concezione.
La celebre tetraktis era un numero triangolare
che si rappresentava così:
e ognuno vede come questa raffigurazione
ricordi il triangolo nel quale l'iconografia tradizionale inseriva
l'occhio di Dio.
Numeri, dunque, come punti; e punti come entità reali.
Questa la base del pitagorismo: che si direbbe, a prima
vista, solida e incrollabile. E invece si mostrò straordinariamente
fragile: e a rivelarne l'inconsistenza e a distruggerla per sempre fu
proprio il teorema di Pitagora.
Ci spiegheremo, per semplicità, facendo ricorso alla
notazione algebrica (anche se ci ripugna lievemente dal punto di vista
della coerenza storica perché essa fu conosciuta oltre 2.000 anni dopo
Pitagora).
Se applichiamo l'arcinoto teorema a un quadrato e
chiamiamo
l il lato e d la
diagonale, potremo scrivere:
d2
= l2.
Osserviamo, di passaggio, che d
e
l possono essere sempre resi primi fra loro e
quindi se l'uno è pari l'altro deve essere dispari.
E' chiaro che, nella formula, d
essendo un doppio è il numero pari; mentre l è,
ovviamente, il dispari.
E su questo punto, per quanto Pitagora disperato
cercasse l'errore che salvasse l'edificio prezioso della sua religione e
della sua filosofia, purtroppo né lui né nessun altro poté mai trovar
niente da ridire: e al mondo non poté venir risparmiato l'orrore che
inevitabilmente ne seguì e ne segue.
Pitagora procedendo nella sua terribile indagine
continuava a ragionare, come al solito affascinato dalle amicizie e
inimicizie fra i numeri:
se d è pari, si può esprimere
come tale: d = 2n.
Allora l'equazione già scritta diventa:
d2
=
4n2
ovvero
l2
=
2c2.
Riscrittura soltanto in apparenza neutra; in realtà
esplosiva e terribile, perché ci impone di considerare come numero pari
l, che avevamo dichiarato sicuramente dispari.
Noi sappiamo che questo assurdo accade, e ne siamo
affascinati come dal mistero e dalla poesia; e sappiamo che ciò che
sconvolge le nostre ragionevoli attese e le premesse poste dal buon senso
e suscita la nostra inquietudine è l'infinito contenuto nella
radice di due.
Pitagora pensò forse a un maligno e minaccioso
sortilegio, e ad ogni modo comprese che questo poneva fine alla sua teoria
e apriva abissi spaventosi all'umana ragione; insultò il numero
inaspettato chiamandolo
irrazionale - così come continuiamo a fare anche noi, anche se la
nostra indignazione s'è ormai stemperata nell'abitudine -; ma questo non
ne cancellò la realtà né i perversi effetti necessari: e
gl'incommensurabili imposero la loro presenza fra noi.
Noi non possiamo certo giustificare il comportamento
distruttivo e geloso dei membri della setta; ma il loro sgomento possiamo
comprenderlo.
Lo sentiamo vibrare intatto nell'angoscioso grido di
D-503, protagonista del romanzo Noi di Evgenij Zamiatin:
"Non voglio la Ö-1! Toglietemi
Ö-1".
Perché l'inquietudine, l'irritazione, il segreto, non
hanno fatto, da sempre, che crescere a ogni scoperta.
E continuano a rendere possibile, accanto
all'inesauribile percorso della conoscenza, il dramma vitale della parola
stupefatta, l'assurdo che nutre la poesia, l'eterna domanda che ci muove e
innerva sulla nostra capacità di meraviglia la nostra stessa sostanza
d'uomini.
1. Questo articolo fa parte di una serie di piccoli
studi sulla matematica delle origini pubblicati da Vincenzo Gueglio sul
"Calendario del Popolo" fra 1980 e 1981 col titolo generale "ALLE
ORIGINI DELLA MATEMATICA, DAL CONCRETO ALL'ASTRATTO"
e derivanti da un Corso di Informazione sulla matematica
organizzato dal nostro Istituto e dedicato agli allievi: nel
quale Gueglio affiancò la professoressa Maria Enrica Macchiavello, che
fu ispiratrice e per tanta parte coautrice di questo lavoro.
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