Pompei: da quel fatale vento di maestrale, verso un futuro
promettente – o letale?
del prof. Felice Lovisolo
IL PROFILO STORICO
Prima di quel tragico 24 agosto 79, Pompei aveva già una storia di
sette, forse otto secoli.
Molti secoli prima di Cristo, tra l’VIII ed il VI gli Osci
riconobbero in quel sito numerosi “fattori di localizzazione” per uno
stabile insediamento umano. Si trattava di uno sperone lavico ai piedi
del Vesuvio, ma non così rischiosamente vicino al cono lavico, come quei
villaggi sul mare, ad occidente. E poi la montagna taceva da tempo
immemorabile; il mare era comunque vicino, ed il fiume Sarno ad un
passo. Un luogo adatto per attività agricole e commerciali.
Anni difficili seguirono, per i rapporti burrascosi con le colonie
fenicie e greche, in particolare Cuma, e con gli Etruschi, che
incalzavano per la supremazia sugli stessi greci. Intorno al 424
a.C. i Sanniti invasero quella zona della Campania. Pompei rimase
un piccolo, tranquillo centro sannitico, di cui la storia non ebbe molte
occasioni di occuparsi.
Al termine delle guerre tra Sanniti e Romani, e nella successiva
epopea delle guerre puniche, Pompei transitò nell’orbita politica di
Roma, come città alleata e fedele, anche durante la incalzante e
allettante campagna di reclutamento delle città del Sud condotta da
Annibale. Conservò la sua autonomia comunale, le magistrature, la
lingua. Nel corso della guerra sociale resistette a lungo agli
alleati italici impegnati contro Roma, ma alla fine di un lungo assedio
fu espugnata da Sulla nell’89.
Sconfitti definitivamente i Sanniti, nell’80 vi fu inviata una
colonia romana e prese il nome di Colonia Cornelia Veneria Pompeiorum.
Rimase una città tranquilla, pienamente romana, in crescita urbanistica
come tutte le città dell’ambito vesuviano. Assunse i connotati di
una città di transito e di commercio, più che di un’elegante stazione
turistica, dove le abitazioni popolari e le botteghe prevalevano sulle
domus e sulle villae.
Unico episodio citato nel 59 d.C. da Tacito, grande storico e
scrittore, è la rissa scoppiata nell’anfiteatro tra pompeiani e
cittadini di Nocera, nel corso di una sfida calcistica (il gioco del
calcio esisteva già, ovviamente in forme diverse dalle attuali).
Ci furono morti e feriti, e Nerone convinse il Senato a chiudere lo
stadio. Rimase chiuso per dieci anni, e fu riaperto per
intercessione di Poppea.
IL TERREMOTO DEL 62 E L’ERUZIONE DEL 79
La zona era – ed è – a vocazione sismica e vulcanica, e nel 62 d.C.
la Campania fu colpita da un terremoto. Pompei ne fu gravemente
danneggiata. Il carattere forte e operoso dei suoi abitanti fece
sì che si iniziasse la ricostruzione degli edifici crollati o lesionati,
ed i lavori erano ancora in corso quando nella tarda mattinata del 24
agosto 79, dopo qualche segno premonitore, il vulcano esplose.
Alcuni abitanti fuggirono, molti altri rimasero, sperando che la lava
non sarebbe arrivata fin lì – a otto chilometri dalla bocca del vulcano;
ciò che li minacciava erano le ceneri che si depositavano dappertutto e
quella gragnuola di lapilli che però non erano in grado di perforare le
coperture.
Bastava quindi non farsi trovare in spazi aperti. Rimanere in
casa per difendere dagli sciacalli i propri averi, quelle ricchezze di
oggetti d’oro, di vasellame e suppellettili, sperando che il demone
Vesuvio si sarebbe placato. Si lanciava ogni tanto un’occhiata
fuori, per capire cosa facevano i vicini, per vedere se quella nuvola
nera si diradava.
Quella nuvola nera fu la morte per gran parte di loro.
Per fatale coincidenza, quel giorno spirava un intenso vento di
maestrale. Un vento da nord-ovest che portava via tutti i profumi
di pino e di bosso, di fico e di palma, ma anche quegli acuti odori di
garum e di orina, portando un po’ di fresco dopo il caldo torrido
dell’estate, ormai in via di esaurirsi.
Quel vento sospinse quella nuvola di gas inodori, soprattutto ossido
di carbonio e cloro-fluoro-carburi, verso sud-est, verso la piana di
Pompei. I gas più pesanti si adagiavano subdoli sulla terra; gli
animali se ne accorgevano, ma gli uomini no. Il cane incatenato a
guardia della casa, abbandonata dai padroni e dai servi, abbaiava
furiosamente, anche quando il torpore del sonno mortale stava per
sopraffarlo.
Invece quelle ceneri e quella nuvola continuarono, sospinti dal
maestrale per otto chilometri verso sud.
Plinio il Giovane scrisse due lettere a Tacito, raccontando le ultime
ore di vita e la morte di suo zio, Plinio il Vecchio, che si era
precipitato sul luogo dell’eruzione, poi era rientrato nella sua casa di
Miseno, ma il giorno dopo aveva voluto ritornare al vulcano.
Era l’ammiraglio della flotta di stanza a Miseno, ed aveva subito voluto
recarsi personalmente con alcune navi per portare conforto alle genti
colpite dall’eruzione, e per mettere in salvo tutti quanti ne stavano
fuggendo. Era però anche uno scienziato – diremmo oggi –, un
grande studioso di fenomeni naturali, a cominciare dall’immenso mondo
animale e vegetale. Un umanista ante-litteram (quanta ricchezza di
progresso conteneva il mondo della latinità! Quanti secoli sarebbero
passati prima di rivalorizzarne la spinta innovatrice). Era
stato spinto verso il vulcano quindi anche – a suo stesso dire, secondo
le parole del nipote – dalla irrefrenabile curiosità di indagine, e non
fu fermato neanche dai familiari che cercarono di dissuaderlo.
Tornò sul luogo, quando lo spessore dello strato di gas depositati al
suolo era ormai notevole, e rimase lui stesso vittima del vulcano (del
suo umanesimo pagano, sostengono i suoi detrattori).
Quante vittime farebbe oggi un’eruzione del Vesuvio? O un
movimento tellurico dell’area flegrea?
L’ARTE POMPEIANA E GLI SCAVI
Pompei fu completamente sepolta dalle ceneri e dai lapilli, e la zona
venne praticamente abbandonata.
Come si diceva, ci sono voluti parecchi secoli prima di rivalutare
quella tensione umanista che animava Plinio il Vecchio. Nel campo
dell’arte, il primo pittore che intese l’arte come attività di
conoscenza della natura fu Giotto, contemporaneo di Dante, che di Pompei
non aveva conoscenza. Le profondità dei suoi paesaggi, i suoi
cieli blu, le sue incerte prospettive architettoniche sono però ancora
lontane dalla perfezione di tanti affreschi pompeiani, in particolare
del quarto periodo.
Pompei presenta un repertorio completo di pittura, mosaici, scultura
persino più ampio che a Roma. La pittura pompeiana si considera
classificabile in quattro fasi o periodi.
Dopo tre periodi pittorici precedenti, iniziati nel II secolo a.C.,
il quarto periodo è caratterizzato da un virtuosismo di stampo
ellenistico, da paesaggi quasi impressionisti, da nature morte inserite
entro strutture architettoniche che creano illusioni di profondità
prospettiche e scenografiche dagli effetti teatrali. L’affresco
dell’”Angolo nord-est del grande scomparto” della Casa dei Vetii (62-68
d.C.) ne è un esempio, ancora visibile a Pompei.
Come paragonare i mosaici pompeiani con quelli successivi, bizantini,
luccicanti di ori ma raffiguranti personaggi ieraticamente frontali,
privi di profondità? Che fine fece la Natura dopo Pompei? Il
mosaico della “Fauna Marina” – II secolo a.C. – della Casa del Fauno
(conservato al Museo Nazionale di Napoli), repertorio sistematico di
specie ittiche e altra fauna marina, potrebbe convenientemente stare tra
le sanguigne leonardesche del Codice Atlantico.
Le prime tracce – o almeno quelle di cui la Storia si è fatta carico
- della città sepolta risalgono a quando, tra il 1594 ed il 1600,
l’architetto Domenico Fontana scavò nella contrada “Civita” un canale
per le acque del fiume Sarno. Ma non ne seguirono scavi
archeologici.
Bisogna però risalire al 1748 perché Carlo di Borbone, re di Napoli,
in pieno clima “europeo” di riscoperta delle civiltà antiche, iniziasse
una campagna di scavi regolari. Da allora essi sono continuati,
non senza intoppi, critiche, argomentazioni “scientifiche”, valutazioni
di “opportunità”, fino a consegnarci, oggi, quel grande sito
archeologico di 44 ettari, di cui 13 visitabili, tra la polvere ed il
caldo, tra le erbacce ed i gatti randagi, calpestando preziosi pavimenti
a mosaico, tra frotte di bambini che giocano a nascondino tra un
thermopolium e un lupanare, tra un odore di patate fritte e un guappo
locale che ti offre un souvenir.
UN FUTURO PER POMPEI
Sono quasi tre milioni i visitatori che ogni anno vengono da tutto il
mondo per visitare Pompei. Oltre al pubblico, l’azione dei
fenomeni meteorologici agisce in modo impietoso, su manufatti così
delicati, non nati per stare in esterno. E’ mai possibile che a
nessuno viene in mente che se si lascia Pompei com’è, tutto è destinato
a deteriorarsi fino a sparire?
Nel 1997 qualcosa accadde. Era estate, tredici anni fa.
Un nuovo Sovrintendente agli scavi di Pompei – Giovanni Guzzo –
organizzò una serie di eventi tesi a far conoscere i problemi di Pompei,
e potenzialmente a risolverli.
Guzzo organizzò una mostra di frammenti di affreschi e mosaici (“Picta
fragmenta”) che fu portata in parecchie locations prestigiose, lontane
da Pompei e da Napoli.
I PROGETTI
Una campagna di progetti di Architetti e Archeologi, interpellati per
dare una risposta ai problemi di Pompei, diede risultati interessanti,
talora sconcertanti. Uno dei progetti più radicali venne da un
gruppo di Architetti inglesi: ricoprire Pompei per “salvarla”
definitivamente dagli agenti atmosferici e dal turismo di massa.
Sottrarla di fatto al grande pubblico, come peraltro gli inglesi fanno a
casa loro (vedi il teatro romano di Chester, o i resti del Vallum
Adriani. Non che tendano a valorizzare neanche certe loro
testimonianze storiche; si vedano molti castelli del Galles, ridotti a
poco più – o poco meno – di ruderi abbandonati). Altri progetti
proposero di trasformarla in un parco tematico, tipo Disneyland.
Un omaggio al brutalismo disimpegnato della civiltà delle immagini,
delle emozioni a pagamento.
Renzo Piano elaborò una sua idea che concretizzò in pochi disegni
eloquenti: Pompei è il più grande museo “en plein air” del mondo, non
può essere sottratto al turismo, neanche a quello di massa, svogliato,
ineducato e magari “ignorante”. Il pubblico, anche i novemila
visitatori al giorno, “può essere reso intelligente mediante
l’interesse, - disse Piano - e l’interesse deriva dallo spettacolo, dal
suscitare la curiosità, dal fascino che si provoca con una buona regia
nella spiegazione del sapere”. Un grande viale circolare
attrezzato con servizi adeguati; quattro “bolle” (erano i tempi del
Porto Antico) contenenti: un teatro virtuale, per riprodurre la vita
degli ultimi giorni (visitatore generico, classi elementari e medie); un
museo con le ricostruzioni virtuali della città (architettura e arte,
classi superiori); una banca dati, con modelli virtuali (studiosi,
universitari); un cantiere di scavi in progress, visitabile
“dall’interno”. Il resto della città, visibile percorrendo una
copertura trasparente. I reperti degli scavi: resi di pubblico
dominio, in situ, ospitati in contenitori mobili, da spostare per la
città, una “treasure house” in movimento.
Ci fu un comitato, un programma, un disegno di legge noto come
“provvedimento per Pompei” (a cui viene assegnata priorità assoluta, in
quanto “problema nazionale”), che fra l’altro conferiva autonomia
scientifica, organizzativa ed economica alla Sovrintendenza di Pompei da
quella di Napoli.
Per due secoli e mezzo gli oggetti, le sculture, i mosaici di Pompei,
Ercolano, Stabia e Oplontis erano finiti nel museo di Napoli. La
storia dei rapporti tra le due Sovrintendenze dura dal 1982, quando fu
istituita la Sovrintendenza autonoma di Pompei. In seguito furono
intrecciati rapporti di interdipendenza, poi tornarono nuovamente
autonome, e così via.
E il progetto di Piano?
Un importante architetto locale, direttore dell’Ente delle Ville
Vesuviane, responsabile del “Miglio d’Oro” (quel tratto di strada, fuori
dall’area archeologica, lungo il quale i romani avevano costruito le
ville più belle), espresse un parere negativo sulle “bolle”. “Su
Pompei bisogna intervenire il meno possibile, salvare l’esistente.
Il problema è scavare e conservare”. Le Ville, disse, potrebbero
costituire il luogo ideale per i laboratori di ingresso a Pompei,
“centri di accompagnamento culturale”.
Chissà se i duemila miliardi di lire, stanziati alla fine degli
anni ’90, sono serviti per realizzare il MAV, Museo di Archeologia
Virtuale, a Ercolano, che mediante istallazioni multimediali
ricostruisce la vita delle città vesuviane prima e dopo quel 79 dopo
Cristo.
Settembre 2010 - Prof. Felice Lovisolo
Il prof. Lovisolo è docente di Costruzioni e
Tecnologia delle Costruzioni
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