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Istituto Tecnico Statale di Chiavari
 
   
 

Ars Docendi

Carlo Bo: Leopardi come vita

di Vincenzo Gueglio

  

Carlo Bo: non c'è forse nome più pronunciato del suo, nel mondo delle nostre lettere; e con reverenza anche; spesso; ma che alla notorietà del nome (e qualche volta alla perentorietà dei giudizi) corrisponda non voglio dire una approfondita conoscenza ma una sofferta frequentazione della sua opera, temo sia lecito dubitare. Che il suo insegnamento circoli col sangue nelle nostre vene, ovvero che la nostra esistenza, la nostra opera più o meno ambiziosa si svolga nel dialogo e nella lotta a corpo a corpo con le sue pagine; che la sua temibile grandezza costituisca l'orizzonte dei nostri sguardi, della nostra angoscia, non direi proprio.

è anche vero che la stessa distrazione nostra ci rende ancora sostanzialmente estranea l'opera di Renato Serra, così fisicamente ancora poco presente nelle antologie e nei libri di scuola; o - ma questo è un paradosso, o uno scandalo, di diversa natura - dello stesso santificato Leopardi. Ma ho la sensazione che nel caso di Bo la nostra insipienza, la nostra cecità siano particolarmente intense; e che specialmente maliziosa sia la soddisfazione con la quale sostituiamo al bisogno di conoscenza il pregiudizio della notorietà, un mazzo di vecchie cartoline.

In realtà, se siamo sinceri con noi stessi, saremo costretti ad ammettere che il libro delle nostre immagini interiori, alla voce "Carlo Bo" è singolarmente povero e inespressivo; e che, forse, tra le figure di lui che abbiamo potuto collezionare, tracciate e diffuse in prevalenza ormai dalla stampa quotidiana e dalla televisione, la più autentica e probabile è la caricatura che lo dipinge nelle vesti del Duca di Urbino.

Superare interamente la palude dell'ignoranza e dunque l'arrogante sicurezza del giudizio già pronto; evitare la sapienza tranquillizzante del catalogo o il rifugio nella deformazione della caricatura; misurare la grandezza ancora inesplorata e incompresa di quest'uomo; è l'ideale che non potremo conseguire. Ma anche l'impegno al quale ci costringe la pur minima nozione di dignità che ci muove. La debolezza e l'angustia della nostra intelligenza ci sono ben note; e non hanno altro soccorso che il gesto antico, semplice e avventuroso di chi apre il libro e si concede al rischio della lettura.

Affidare al caso la scelta della pagina dalla quale cominciare l’indagine non sarebbe un arbitrio eccessivo; né una viltà scellerata: Bo non ha scritto, nella sua lunga operosità - più di sessant'anni ormai di lavoro e creazione dal suo primo studio su Jacques Rivière (1) - che un unico libro, l'unico volume variamente articolato in capitoli della sua ricerca inesausta e vitale, del suo dialogo ininterrotto con quella parte di sé - e di noi - costituita dalla letteratura senza tempo e paese; della sua lotta con la materia sorda e ribelle del tempo minore. Per noi, contro di noi.

Ma la misura stessa dell’articolo ci obbliga a una scelta più precisa: e scegliamo allora, per cercare di giungere a una visione di Bo che sappia restituirci, in tutta la sua parzialità, la verità che cerchiamo, un punto di vista privilegiato. Saltiamo senza esitazione e senza troppo rimpianto tutti i nomi più noti del suo cielo: quelli che lui stesso ripete frequentemente; dai quali non ci aspettiamo più alcuna particolare virtù euristica.

Novalis, Mallarmé, Gide; Du Bos, Thibaudet, Rivière; Pascal, Sainte-Beuve, Bayle, Alain, Montaigne; che cosa può servire evocarne le grandi ombre solenni, far balenare magari tra esse l’immagine enigmatica di Lautreamont ?

Certo, creiamo un’area di riferimento; alludiamo a un’atmosfera; forse elaboriamo una complicata tautologia, poniamo uno specchio davanti al volto di Bo; e non è esattamente quello che ci serve. Il nostro spirito è inquieto.

Pensiamo sia più efficace - e non solo per le ragioni di comodità connesse alla modesta estensione del nostro saggio - cercare di cogliere la verità di Carlo Bo all’incontro (e ogni suo incontro porta il segno della lotta, ha i caratteri del dialogo e del conflitto, dell’amore e della diffidenza, della passione insomma) con un monumento della nostra letteratura, Leopardi.

E se possiamo pronunciare questa parola verità (noi che siamo soliti sussurrarla con infinita esitazione) con tanta sicurezza e proclamare così superbamente la nostra fiducia di poterla sfiorare in un’immagine di Bo è perché dall’incontro con Leopardi la figura di Bo - sfumature interiori dell’uomo, metodo di lavoro, concezione della letteratura - emerge con tale nitidezza da superare ogni nostro limite d’intelligenza per imporsi alla coscienza del lettore per sé, per sua propria forza ed evidenza.

Bo non ha scritto volumi su Leopardi; né saggi ponderosi.

Semplicemente ha fatto i propri conti - e non conosciamo nessuno che li abbia condotti altrettanto a fondo, né con altrettanta lucidità e acutezza e onestà interiore - con una figura monstre della letteratura non solo italiana. E in quei conti, inseguendo la verità intima dell’opera di Leopardi, ha definito se stesso, la propria concezione della letteratura; e della vita; che sempre in lui coincidono.

Lo sorprendiamo a un testo giovanile, mentre getta il proprio scandaglio attorno all'isola forse più bella della nostra letteratura, sulle cui rive si calcinano le migliori intenzioni di tanti poeti, sui cui scogli si disfano i relitti di tante orgogliose imbarcazioni; tutte le reti si strappano.

E guardiamolo, Bo, quando crede "di dover denunciare il pericoloso senso della nostra passione per lui", come si alza serio, come esordisce dolente: "e forse non l'abbiamo mai amato tanto"; e come, poiché pensa d'avere individuato in Leopardi una parte di viltà, si leva deciso in faccia a lui soppesando l'arpione delle sua accuse, come infine lo scaglia intrepido mirando al cuore della colpa che intravede:

 [...] è debole, vuole rivolgersi anche a coloro di cui conosce perfettamente la nullità e l'incapacità. Si è sempre immaginato uno spettacolo, cioè non ha mai avuto la forza di arrivare al dialogo puro: ha preferito un modo costruito di confessione e ha cercato fin troppo di difendere il valore inestimabile della sua parola. [...] La sua straordinaria intelligenza gl'insegnò subito - e come presto - a scoprire la vanità d'ogni cosa ma non gli concesse mai la forza di rinunciare alle loro illusioni: conosceva questo niente ma l'avrebbe accettato, piuttosto che doversi trovare di fronte a un altro niente da risolvere, a una assenza gonfia di verità, che a un certo punto preferì annebbiare e crederlo un nulla non passibile d'illusioni.

Così il futuro rimaneva costretto e condannato da un'immagine del passato e il passato, giocato in tal modo nell'ambito della sua intelligenza poetica, l'unica misura di felicità: riduceva la realtà a una immagine, la sua condizione d'uomo al desiderio di un'altra condizione, preferiva alla verità un sopportabile accomodamento. E un dolore che non si chiuda in un atto d'umana disperazione o con altri soccorsi non si risolva in una domanda d'ordine superiore, corre il pericolo di definirsi in una posa (e certi suoi movimenti poetici chiedono l'inutile fermezza della statua) e in una ripetizione prevista e di cui si sanno i rimedi.

[...] Fu un'anima senza avventura: il grido, la ribellione e magari la bestemmia finivano, si esaurivano in una falsa pace, e a volte purtroppo in un accomodamento. [...] La sua vita stessa, i libri e l'eterno giuoco degli studi, servirono ad addormentare delle domande che sarebbero state la risposta che anelava e la sua consolazione. [...] Fu vittima del peggiore egoismo, di quell'egoismo che riduce il mondo a teatro delle proprie intenzioni. Che era alla fine l'unica maniera di annebbiare le sue grandi qualità: la possibilità dei sentimenti e l'eterna presenza del suo cuore. Invece le buttava ai primi venuti e nel primo avvenimento che si presentasse [...]: piange di esser solo nonostante il teatro che l'intelligenza gli crea ogni giorno. (2)

A Bo non si potrà certo rivolgere a cuor leggero l'accusa che Serra mosse a Croce, di intendere senza partecipazione; Bo e Croce, difficile pensare a spiriti più diversi e lontani; ma siamo tentati lo stesso di mettere in parallelo il saggio leopardiano di Croce e questo giovanile studio di Bo: accomunati, ci pare, dallo stesso eccesso di intelligenza: entrambi colgono molte verità, l'acutezza dello sguardo non manca a nessuno; ma a entrambi sfugge il totale del vero; Croce allontanato e inacidito dalla freddezza e dalla differenza delle sensibilità e assordato da un pregiudizio che potremmo chiamare ideologico, finisce per confondere Giacomo e Monaldo; Bo tradito per una volta dalla passione e insolitamente ipnotizzato da un'interpretazione altrui, può rimproverare a Leopardi la stonatura che sente facendolo risonare sulla pietra di paragone delle proprie attese.

Molti dei rimproveri ch'egli muove a Leopardi sono precisi sino all'accanimento; e in questo eccesso di precisione che chiamiamo accanimento troviamo l'errore e la spiegazione dell'errore: c'è qui un dolore troppo personale, una delusione bruciante ma che non giunge sino a Leopardi: se non nella veste dell'equivoco, o dell'ingiustizia: Bo accusa Leopardi di non essere Pascal, o almeno lo accusa - stranamente, ambiguamente, perché con quegli stessi argomenti avrebbe potuto assolverlo e poi si vedrà infatti costretto ad assolverlo; ma con una contorsione illogica che sembra un cedimento a una ragione involontaria e appena percepita, un cedimento che soltanto l'onestà sua invincibile sembra imporgli - con gli argomenti di Pascal, e di una parte soltanto di Bo: e questo è per me il segno sicuro dell'errore; un errore che non posso chiamare col nome dell'incomprensione, ma di equivoco sì: che se non impedisce del tutto l'accesso al mondo del poeta ne limita però la visione a una zona troppo ristretta, e investita da luci troppo potenti, che ne bruciano la verità più intima e delicata: Bo è interprete troppo acuto e sensibile e onesto per non avvertire l'odore di bruciato, lettore troppo fine e gentile per non intuire la verità dell'ombra; ma non sa, per ora, che intuirla, non sa che alludervi ripetutamente; ma non può afferrarla. E forse è proprio il senso di questa esclusione che lo irrita e l'addolora e lo costringe all'ingiustizia; alla quale sembra in fine voler porre una sorta di rimedio o almeno di limitazione con una frettolosa e ormai inattesa assoluzione del poeta.

Ma è segno della sua dignità - e consolazione per i nostri dolori in quel senso - il non aver accettato una qualunque tranquillità e la pace di una posa. [...] Lo salva - e ci salva - l'aver sofferto fino alla fine, seppure erano sofferenze inutili e diverse. Questo male - "in un perenne ragionar sepolto" - l'ha ascoltato da uomo e non l'ha mai rinnegato. Non ha barato: l'onestà lo ha posseduto interamente. (3)

è qui, in questa conclusione che continua a parerci non del tutto autorizzata dalle premesse e dal tono del discorso precedente, che vediamo il segno dell'inquietudine di Bo, la sua intuizione della verità.

E ci torna a mente il parallelo che abbiamo azzardato fra Bo e Croce; e annotiamo una differenza decisiva fra i due: e non facciamo questione di intelligenza o di risultati, ma di impostazione, di atteggiamento: sul volto di Bo è assolutamente impossibile trovare mai traccia di quel sorriso soddisfatto che non di rado si allarga serenamente sul volto del filosofo napoletano acquietandolo nell'espressione appagata di colui che sa; di colui per il quale, e prendiamo a prestito una formula di Serra, i problemi non esistono che per essere risolti. Da lui. Come un gioco.

Bo non conosce l'appagamento nella scoperta definitiva; lo stesso rapporto con Dio cade più sotto il segno della domanda e della lotta che della pace ottenuta; si manifesta anch'esso nell'alveo del tragico e del dolore piuttosto che in quello dell'idillio e della consolazione; in Bo resta il tormento di un colloquio mai chiuso, l'ansia della verità che sfugge; il sospetto della propria inadeguatezza umana; la percezione della necessità di sempre nuove e ulteriori domande, la consapevolezza che il mistero non si esaurisce mai nella ricchezza delle risposte. Anzi non fa che crescere e impreziosirsi di oscurità e complessità, d'altre domande all'infinito.

E questo tormento e quest'ansia, quest'onestà operante sul filo sempre teso dell'angoscia, conducono, venticinque anni dopo quel severo saggio, a quelle che per me restano alcune delle pagine più belle, e intendo dire più cariche di verità, che siano state scritte sul poeta di Recanati: e sono scritte a partire dalle ultime righe del saggio precedente, a partire da quell'ultima affermazione ("l'onestà lo ha posseduto integralmente. [...] Così anche da questo punto di vista la sua povertà, il dolore della sua anima derelitta, diventa un esempio: per noi che sembriamo fatti apposta per tradirci ad ogni passo"), che allora ci parve sorprendente, fulminante come una contraddizione nel cuore di un altro discorso: anche se non del tutto inattesa, anche se preparata da accenti diversi che avevamo pur colto; ma l'errore che abbiamo rimproverato a Bo non stava in questa contraddizione, essa era la parte viva del discorso, quella ricca di sviluppi di verità; quello che abbiamo potuto rimproverargli è di non aver colto questa possibilità, di aver ceduto a un sentimento, di non aver voluto cogliere la corrispondenza profonda tra la propria contraddizione e quella che stava, come verità e non come errore, in Leopardi; la contraddizione che resta in noi perenne fra la parte di noi che vogliamo destinare all'eternità e quella che ci lega alla sabbia arida del nostro tempo: e questa contraddizione Bo la conosceva molto bene sin da allora, per questo lo accusiamo con più forza d'averla trascurata o d'averla considerata soltanto come occasionale sorgente di poesia: e sorgente miracolosa, per di più, perché sarebbe nella sua natura invece d'essere inciampo all'arte. (4)

Nel nuovo saggio (5) le cose sono messe nella giusta luce sin dall'inizio. Bo non ha bisogno di un grande volume; bastano poche pagine, lo spazio di un breve discorso per portare a piena maturazione il lungo dialogo che negli anni ha intessuto, nel silenzio profondo dell'anima, nell'attesa, per usare un termine che è suo, coi testi; e la coscienza conseguita discende naturalmente in sentenze scolpite, fulminate nella sostanza stessa della verità.

Fare o soltanto immaginare un bilancio dell'eredità del Leopardi, di quello che Leopardi ha lasciato agli italiani e agli uomini equivale un po' a tentare un altro genere di storia, vedere cioè fino a che punto la nostra capacità media è stata in grado di accogliere tutte le suggestioni lasciate dal grande poeta. Anche perché Leopardi - almeno nell'ambito della nostra letteratura - è stato molte volte riconosciuto come modello: ciò vuol dire che non sempre è mancata la buona volontà, piuttosto sono state insufficienti le forze [...]. Ce ne convince - se ne avessimo bisogno - la storia dei ritorni più conclamati a Leopardi, ritorni che hanno messo in luce una parte dell'opera, un'immagine fra le cento altre del poeta e, per il resto, hanno fuso in un unico gesto l'oblio e il disprezzo per quello che a nostro avviso resta il punto più alto del tentativo leopardiano: l'interrogazione costante, in profondità, l'interrogazione disperata sulla presenza dell'uomo in terra, nella natura, nel mondo che rifiuta la regola, la definizione, insomma la composizione della ragione. [...]

In altre parole, si cercava di contrapporre la parte della forma, quel tanto di perfetto che Leopardi ha lasciato come lezione detta e aperta, alla parte dello scandaglio, dell'inquietudine, al Leopardi che lotta contro l'assuefazione [...] eliminando tutto quello che nella desolazione del poeta c'era di vitale, di spinta, di rivoluzione in atto. [...] Leopardi poteva anche dare quest'illusione di essere nella tradizione e se oggi noi facciamo la storia della critica leopardiana vediamo che i maggiori sforzi sono stati fatti per legarlo in quel cerchio e leggerlo a quella luce. Che non sarebbe poi un errore, a patto che si trattasse di lettura completa e ognuno non cercasse di adattarlo all'immagine che gl'interessa di più. D'altra parte, una lettura chiusa nella tradizione evita proprio il Leopardi che ci tocca di più e che ha posto la nostra letteratura all'avanguardia, ai limiti estremi dell'interrogazione. [...]

Che cosa c'impediva dunque di leggere il Leopardi per intero, oltre il senso della tradizione, che cosa ci ha fatto sempre anteporre il lirico all'uomo delle domande, non dico al filosofo, perché in tal caso sarebbe come ricondurre Leopardi in un cerchio chiuso di leggi, di abitudini, di norme. Se noi leggiamo infatti gli studi che sono dedicati alla filosofia del Leopardi, non tardiamo a riconoscere che si compie al proposito un'altra operazione di sistemazione e di adeguamento: si cerca cioè di spiegare Leopardi con gli elementi che ci mette a disposizione la cultura del suo tempo e non si vuole invece vedere che il suo atto di negazione investe anche quelle categorie, anzi proprio quelle categorie prima di tutte le altre. Ora se teniamo presenti queste due strade, quella dell'invenzione lirica e quella della ricerca filosofica, non possiamo non ammettere che a un certo punto tutt'e due ricevono una solenne smentita dal Leopardi: c'è sempre un momento che la bellezza e la ricerca hanno un attimo di sospensione, per cui non resiste più nulla e il giuoco si traferisce su un altro terreno. Noi troppo spesso dimentichiamo, leggendo Leopardi, questa rottura di equilibrio, questo precipitare nel nulla che non è una categoria letteraria o filosofica, non è materia di sollecitazione ma uno stato, una condizione, una seconda realtà. [...] L'interrogazione leopardiana non per nulla rovescia la norma dell'assuefazione e non prelude all'abbandono, alla stanchezza: al contrario l'arco dell'interrogazione coincide con quello della speranza. [...] ma purtroppo la tendenza comune dei lettori che si sono seguiti in un secolo d'amore e di esaltazione porta a ridurre il senso e il peso dell'interrogazione, facendone una figura rettorica. [...] I grandi poeti che hanno scelto Leopardi contro tutto il resto del libro della nostra poesia - da Pascoli ad Ungaretti - hanno fatto una scelta salutare ma di ordine limitato, hanno preso Leopardi come una medicina e non come sarebbe stato più giusto come una malattia [...].(6)

Ora sappiamo, dopo la lettura di queste poche righe, che cosa è la perfezione, una parola definitiva. E credevamo non fosse possibile.

Bo la pronuncia con naturalezza e come senza accorgersene; perché non solo egli non si compiace del lavoro compiuto, della verità conquistata; e meno che meno dell'eleganza in cui l'ha espressa; egli ha l'aria di non percepire la verità ottenuta altrimenti che come il terreno su cui poggia i piedi: un gradino su una scala infinita: il suo sguardo già va oltre, il suo orizzonte è sempre alla stessa distanza, sempre irraggiungibile; il suo sguardo, la sua preoccupazione non si rivolgono alla pagina; ma a noi. L'autore, la pagina spremuta sino all'ultima goccia di sangue, la parola pronunciata, l'affanno sofferto e le conquiste compiute gli servono come uno specchio da alzare in faccia a noi, nel quale far balenare non la sua ma la nostra immagine.

L'equazione risolta serve da incognita a un'altra equazione; la risposta fornita assume il tono di un'interrogazione; serve di rimprovero alle nostre omissioni e viltà; e anche questo serve solo per muoverci, per andare avanti. E avanti, s'intende, ci saremo ancora noi, con le nostre fangose resistenze, e il pauroso carico della nostra disponibilità alla fuga nella dimenticanza e nella menzogna.

Lì, nello specchio della sua pagina, ci siamo intravisti per un attimo quali siamo: l'accusa contro di noi ha i nostri stessi volti, l'espressione della nostra stolidità e miseria.

Sì, siamo stati tutti pronti ad assumere Leopardi come medicina; e il nostro compito era di prenderlo come malattia; forse conoscevamo il nostro dovere; o forse no; comunque non ne siamo stati capaci; troppi antidoti ci vaccinano contro l'autenticità, ci escludono dalla verità.

Lo sapevamo; e ce ne siamo dimenticati. Siamo abili noi, a giocare di omissioni e dimenticanze; è la nostra maggiore e più coltivata virtù quella di imbrogliare le carte e divagarci fuori di noi stessi; ma la nostra menzogna adesso è lì tutta intera, illuminata da una luce che non ammette vaghezze o fraintendimenti.

Anche questa visione, anche questa luce dimenticheremo; ma intanto è entrata in noi; e con essa è entrata in noi la visione nuova e nitida di Leopardi: e lo vediamo stagliarsi netto in ogni particolare nel cielo stesso della sua verità, autentico e vivo come nessuno aveva saputo restituircelo: vivo, e pronto a operare in noi; se avremo il coraggio...

Ma, voglio ripeterlo, questa verità su Leopardi non ce l'ha consegnata uno studio più o meno ponderoso d'esibita dottrina; non, voglio dire, uno di quegli studi specialistici di critica critica ai quali ci siamo purtroppo avvezzi che finiscono in genere per distruggere il testo e soprattutto ogni speranza di collaborazione alla poesia nello scempio di raffinatezza della notomizzazione: qui la verità di Leopardi distilla con stupefacente, classica naturalezza e quasi distrattamente dall'opera stessa, nella quale Bo ha lasciato macerare per venticinque anni la propria anima onesta: in una lotta con se stesso, e con l'ombra grande di Leopardi, che deve avere avuto le caratteristiche d'una resa dei conti impietosa, e che giunge a noi pacificata nella forma d'una conoscenza definitiva, d'una illuminazione.

Anzi, come un dato. La verità di Leopardi non ci viene offerta nelle vetrine del gioielliere, esibita nella lucentezza inutile del diamante; la intravediamo nelle mani dell'operaio intento al lavoro, strumento già dimentico di se stesso e della fatica ch'è costato, unicamente dedicato al proprio uso, a un altro scopo; alla costruzione di un'altra verità; di un altro strumento di lavoro; di un'altra domanda...

Questo è Bo. Un uomo intento al proprio lavoro; e il suo lavoro è porre domande. E cercare onestamente, cioè impietosamente, le risposte possibili.

Non conosciamo nessun contemporaneo, nessuno dopo Pascal, Montaigne, Leopardi, Kierkegaard, Dostoevskij, Nietszche, che si sia spellato le mani con altrettanta ostinazione sulle difficoltà del vivere e del sapere; in una lotta quotidiana con Dio e col mondo, e con se stesso: in una dedizione assoluta alla serietà che non supera l'angoscia ma in qualche modo la trascende affrontandola nell'assorta solennità del lavoro onesto, in questa sorta di tragico artigianato dell'anima, della vita.

Potremmo fare i nomi di Unamuno, di Jaspers... ma sentiamo che qualcosa non ci soddisfa appieno. E del resto non si tratta, naturalmente, di assegnare primogeniture o stilare classifiche; ma di segnalare un territorio, un modo di sentire e vivere. Bo è stato certo uno dei pochi che ha sentito se non altro il bisogno di sollevarsi all'altezza delle interrogazioni leopardiane. E mi pare un fatto. Ma non facciamogli dire più di quanto possa.

L'ansia condivisa, l'inquietudine che sempre guarda oltre i risultati; e soprattutto significativa direi la caparbia fedeltà a se stessi che assorbe in una maestosa coerenza tutte le possibili contraddizioni, instaurano fra Leopardi e Bo una somiglianza, un'aria di famiglia che può trarre in inganno.

Bo ha frequentato a lungo, s'intende, casa Leopardi; e non conosco nessuno che sia penetrato così a fondo nei segreti di quel palazzo; ma ha sempre abitato altrove. Per conto suo.

La tentazione del leopardismo - e Leopardi poteva a buon diritto rappresentare un punto di riferimento per il movimento che fu detto ermetico - non lo sfiorò.

O meglio; Bo sentì il fascino di Leopardi; naturalmente; e ad esso, sentendolo come un pericolo, reagì nel modo che sappiamo; contro i rischi del leopardismo levò la sua voce così precocemente da stupire; nel saggio del '37: nel solco emozionante d'una lettura desanctisiana; e disse la parola definitiva nel discorso del '62.

Leopardi è unico e irripetibile per sempre; e le varie specie di leopardiani, al di là di tutte le buone intenzioni, finiscono non solo per essere di gran buffi e sconclusionati animali, per usare l'espressione carducciana, ma per offendere il modello.

Parrà strano che ci troviamo ad affiancare Carducci e Bo in una guerra comune contro i leopardisti; ma è soprattutto per verificare ancora una volta, se è possibile, come non conti, in sostanza, la somiglianza esteriore dei risultati quanto piuttosto il senso del movimento interiore: che illumina diversamente la scena.

Per Carducci Leopardi era certo un gran poeta; ma in fondo per lui il leopardismo nasceva dallo stesso Leopardi, sviluppava difetti ch'erano pure nella sorgente, magari tenuti a bada dalla superiore energia, intelligenza e insomma virtù poetica irripetibile del genio; per lui Leopardi è affetto lui stesso dal morbo da cui bisogna guarire: il romanticismo; e l'appaia in questo al Manzoni, o pressappoco. E recuperare la sanità vuol dire allontanarsi da quella fonte di contagio.

Bo, non si può dire rovesci esattamente la prospettiva; ma va più a fondo; è più attento e preciso; più sensibile. Identifica più chiaramente il male: lo riscontra nella superficialità degl'imitatori prudenti, che restano alla forma - peraltro inimitabile anch'essa, forgiata com'è nella sofferenza dell'anima che osa stringere insieme musica e pensiero, immagine e concetto, illusione e verità, sentimento e filosofia - perché non sanno vedere altro modello, perché si fermano alla letteratura e non osano rischiare se stessi nell'avventura della vita, non osano seguire Leopardi nelle profondità vertiginose della propria ricerca, del proprio intimo.

Il male dunque per Bo non è l'imitazione ma il tradimento, il rifiuto per viltà della lezione di Leopardi; della dignità suprema che in lui si costruisce e si manifesta nella tensione impietosa e inesausta al vero.

Bo osa scendere negli abissi di Leopardi; non esita a prenderlo come malattia; e - proprio perciò - non diventa leopardiano.

Proprio perciò, dico; e questo vale certo per chiunque volesse affrontare una prova simile; che peraltro non è consigliabile a cuor leggero a chiunque.

Perché Bo disponeva di un antidoto che è privilegio delle grandi anime, che gl'impediva di diventare scolaro: sin dall'inizio egli è Bo così irrevocabilmente, così saldamente da non poter far altro che assorbire in sé ogni influsso, ogni insegnamento e digerirlo e trasformarlo in un sé più marcato, più robusto, più certo.

Tutti quelli che lo hanno conosciuto ragazzo o giovane hanno avuto la medesima sensazione, di uno che aveva già portato a tetto la costruzione di sé; di uno che, senza peraltro cessare mai di porsi in discussione con profonda ansia e sincerità, possedeva un proprio mondo, e l’energia, i valori, la competenza del maestro.

Uno che sa affrontare con la parziale serenità che la sua fede angosciosa può concedergli l’avventura crudele d’una ricerca di purificazione interiore e di verità così rigorosa e feroce, così intransigente e feroce quale non avevamo mai visto dopo Leopardi.

 

Vincenzo Gueglio

da "Critica Letteraria", anno XXV, fasc. III, n. 96/1997

 

NOTE

(1) Carlo Bo, Jacques Rivière, Brescia, Morcelliana, 1935.

(2) "Povertà di Leopardi", un saggio del 1937 raccolto in: Carlo Bo, Aspettando il vento, con introduzione di Mario Luzi, Edizioni L'Astrogallo, Ancona 1976, pagg. 17-30.

(3) "Povertà di Leopardi", op. cit.

(4) "Il miracolo della sua poesia sta precisamente qui ed è che nonostante tutto ci ha portato in là come pochi altri e in tal modo da lasciarci interi, intatti: uomini. Il migliore non fa a meno di risollevare alla nostra memoria certe cose di Mozart brevi e compiute, perfette". Povertà di Leopardi, cit., pag. 22.

(5) "L'eredità di Leopardi" è un discorso tenuto a Recanati nel giugno del 1962 e poi raccolto nel volume: Carlo Bo, L'eredità di Leopardi e altri saggi, Vallecchi, Firenza 1964, pagg. 7-31.

(6) L'eredità di Leopardi, cit., pagg. 7-10.

 
Ars Docendi
 
Aggiornamento: 19-Ott-2014 15:45
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